Canti Popolari di Buonalbergo

nella ricerca di Fernandino Iorio

Prologo

Nella prima metà degli anni ottanta la curiosiotà mi spinse a cercare, nel nostro territorio, persone che potessero cantare le antiche canzoni de cchiesia o de quanno se metèva, per poterne conservare la memoria nel tempo, registrandoli su nastri magnetici.
Non ce n’erano molte, già allora, di persone che cantavano ancora e la maggior parte aveva già un età che non permetteva audaci uscite in processione e neanche in chiesa.
La memoria mi riportava l’immagine di Belmonticchio che improvvisamente cominciava a cantare a squarciagola appresso alle processioni, che diventava rosso rosso in faccia per lo sforzo, che strabuzzava gli occhi ma che esprimeva con potenza, anche se piccolo di statura, tutto quello che aveva in corpo, trascinando nel canto tutto il popolo.
La voce di Romilda, era invece rauca; di una raucedine che ricordava quasi la voce di un uomo. Vendeva le verdure del suo orto al Ponte delle Chianche e la voce era allenata perchè agli incroci delle strade del paese, dava la voce ella stessa per richiamare le nostre madri e nonne a comprare le insalate, la rucola, acci, fenucchi. Quando poi intonava, in chiesa o in processione, il Dolge Redendore o l’Arrecorrimo a lo Sepolcro, o Ai tuoi piedi o bella Madre, copriva con la sua potenza tutte le altre donne che le riconoscevano il ruolo di comandante del canto.
La mia memoria di veri cantatori si ferma qui, a Romilda e Belmonticchio; ma gli anziani intervistati mi hanno parlato di altri cantatori, altrettanto potenti e la cui scomparsa li riempiva di un alone di meraviglia e unicità che avevano lasciato nella memoria di chi li aveva ascoltati ed era ancora vivo.
Lo maestro Raffaele Scocca, tra le tante attività didattiche, aveva già raccolto del materiale trascrivendo le parole di alcuni canti o inventando cose nuove, come, ad esempio, la Tarantella, totalmente riscritta.
Negli ultimi tempi, quando ancora girava per le campagne buonalberghesi insieme a Franco Scrocco, l’ho visto più spesso ed ho potuto scambiare con lui opinioni e altro sulle cose di Buonalbergo; alle mie domande sui testi da lui trascritti, lì dove il senso, ad esempio, non c’era, o l’errore era palese, mi diceva :

“Io l’agghio scritte accossì come l’agghio sendute canda’. Certe bbote non capisceno manco loro ca candeno, queddro che càndeno; sta a te po’ capisce, interpretà.”
Poi, come una morale alla fine del racconto, mi diceva:
“Ma chi te lo ffa ffà! Li bbuonopreolisi non se mmeriteno niendi! Sa’ quanno t’apprezzeranno, a te?

… doppo muorto!”

Riporto la relazione che accompagnò la ricerca degli anni ottanta

Canti popolari della Settimana Santa

Febbraio 1983

Da diversi anni sto cercando di raccogliere quello che rimane delle tradizioni popolari buonalberghesi: dai proverbi agli attrezzi contadini, dalle immagini, ai canti, per lo più, questi ultimi, di carattere religioso.
La prima fase di questa ricerca è stata la registrazione diretta attraverso la voce delle poche persone che hanno dato la loro testimonianza basandosi unicamente sul ricordo di “Quando si cantava” e non sulla attualità delle loro esecuzioni: gli stessi non hanno più le capacità fisiche di affrontare in diretta l’esecuzione del canto, in processione o in chiesa, da protagonisti, da trascinatori; infatti molto spesso ho dovuto ricreare delle occasioni provocando ricordi, stimolando la memoria.
In realtà il vero canto popolare esiste ed è articolato solo quando è funzionale, cioè quando ha uno scopo. Il Dolge Redentore raccolto dalla voce di Rosina Coluccio (meglio conosciuta come Rosina Festa moglie di Zi’ Raffaele Festa lo Casinaro) ha provocato sensazioni diverse cantato in casa e cantato in chiesa o cantato per strada durante una processione.
Poi, per la resa di un canto, mi è sembrato fondamentale un virtuosismo musicale che è solo del popolo non colto ed in particolari condizioni emotive; è necessaria una forza e una verità interiore degli esecutori, che, in questo modo, danno al canto stesso la funzione di un vero e proprio linguaggio.
Ancora oggi (1983), anche se il vigore giovanile li ha abbandonati, i nostri esecutori esprimono un grado di tensione drammatica, di abbandono all’estasi, allo straniamento, al pianto, al grido, rasentando il limite della possessione magica del rito.
Va detto che questo tipo di canto popolare non è esprimibile da tutti. Non tutti lo possono eseguire poiché non ha strutture semplici. Non è facile da apprendere in quanto l’apprendimento è relativo a lunghi anni di esperienze dirette, basate su non comuni doti naturali e musicali. Infatti gli autentici detentori del linguaggio musicale sono sempre stati pochi; io mi ricordo ancora di Romilda e di Belmonticchio, autentici cantatori di canti sacri popolari, ed il ricordo delle loro “grida” (…Ahi Mamma, Mammma non te po … zz’aprine…) ancora mi fa accapponare la pelle.
Il cantatore popolare è tanto più valido per quanti più canti conosce, per quanta più fantasia adopera nel modulare i versi già noti e variarli al momemto dell’esecuzione, riuscendo a legare un canto all’altro senza la minima interruzione; cosa che avveniva nei campi durante il lavoro.
Inoltre il carattere simbolico dei canti li rende suscettibili di molteplici significati a seconda di chi li canta, del momento in cui vengono cantati, delle tensioni emotive che si instaurano durante l’esecuzione tra i cantatori e i presenti.
E’ chiaro, quindi, che ogni esecuzione è UNICA ed IRRIPETIBILE: nessun canto mai viene ripetuto allo stesso modo.
Come motivazione di base ho sempre trovato un forte spirito di DEVOZIONE: E’, questa, la componente emotiva che fa scaturire la necessità e la funzionalità collettiva del canto, utile ad esorcizzare angosce esistenziali, angosce di morte, derivate da quotidiani frustrazioni storiche e sociali.
Le tematiche ricorrenti sono legate soprattutto a valori tra di loro in contrapposizione come il dualismo DONNA-MADRE oppure come il contrasto AMORE-MORTE o l’assillo della preghiera come momento fondamentale della propria esistenza o il sacrificio di se stessi inteso come mezzo di espiazione per i peccati commessi.
A coronamento di questa prima fase della ricerca, l’impressione che mi è rimasta e che, forse a differenza di oggi, i cantatori buonalberghesi esprimevano una compattezza ed una organicità di pensiero che ne faceva un unico popolo libero interiormente anche se apparentemente servo.

… la ricerca continua.

Fernandino Iorio

Canti popolari della Settimana Santa a Buonalbergo

A Maria Addolorata

(Ai tuoi piedi o bella Madre)

Canto che non rispecchia il dialetto ma la trasformazione in un dialetto/italiano di un brano che forse qualche signore con frequentazioni letterarie aveva scritto per il popolo.

Ai tuoi pièdi, o bella Madre,
verso pianto di dolor.
Per me prega il Figlio al Padre,
in Te solo, in Te solo speme il cor.

Una stilla meno di sangue
che versava il tuo Gesù
Mi conforta il cor che langue,
mi conceda, mi conceda amor, virtù.

Ah, seguir vorrei tuo Figlio
e il mio sangue ancor versar
Dammi forza nel periglio,
sento il core, sento il core nel sen tremar!

Dal Calvario in su la via
teco voglio ancor venir
E aspirar con Te, Maria,
contemplando, contemplando il tuo patir!

Or che il Figlio è già ferito
tutto sangue in braccio a Te
Volgi uno sguardo impietosito,
una lacrima, una lacrima per me.

Tu sei madre del dolore
degli afflitti sei il consuol
Hai per me trafitto il cuore,
per me in croce, per me in croce il Tuo Figliuol.

Tra i cipressi ognor mi aggiro
ove mesto passo il dì
Grande fu per Te il martirio
ove il Figlio, ove il Figlio Tuo morì.

Io lo offesi coi falli miei
finchè vivo piangerò
Ma Tu Madre ancor mi sei,
io perdono, io perdono chiederò.

A la Madonna de la Macchia

di Feliciano Pacifico detto Campitella

Cìano de Campitella l’ha composta per il 12 settembre del 1958 in occasione dell’Incoronazione (cioè del riconoscimento uficiale della Chiesa) della Madonna della Macchia. L’ha consegnata nelle mani di Padre Rosario Corbo che l’ha ridata al popolo di Buonalbergo pubblicandola su un libretto devozionale alla Madonna della Macchia

E’ un canto sulla melodia dei canti che si eseguivano e si eseguono quando si va a Montevergine (Simo juti e simo venuti quanta razie c’avim’avuto…).

Chi vo’ razie da Te Madonna
Sabbato Sando non adda dorme (bis).
T’adda venì’ a vesità’
e tu la Razia ce l’haia fa’ (bis).

Tu che hai chianto co Gesù
Ora guodi co’ Lui lassù (bis).
Arrivam’a lo Camposante
‘ddo la Mdonna ce esce ‘nnandi(bis).

E cchiù nnandi tro’amo la Croce
Madonna mia sendimo la ‘oce (bis).
Quann’arrivamo ‘ncopp’a lo ponde
Tu, Madonna, ce vieni ‘ngondro (bis).
Ce vieni ‘ngondro e ce dai la mno
vedim’a Te e Sando Feliciano (bis).

Ma dacce la forza Madonna mia
c’arriveno tutte ‘ste compagnie (bis).
Oi Madonna quanto si bella
Guarda a nnui da la Cappella (bis).

A la Cappella simo trasuti
Quando chiando ca c’è bbenuto (bis).
Statti bbona Madonna mia
pescrai nui ce vedimo (bis).

E si non ce vedimo qua
Nui ce vedim’a la ternità
Che la ternità è innanzi a Dio
C’ea fa Razie Madonna mia
Se le Razie non ce le ppuò fa Tu
ce le fai fa’ dal Tuo Gesù (bis)

Mo che nui ascìmo da la porta
Facce Razie e bona notte (bis).
E a nnome de tutte le Compagnie
statti bbona Madonna mia (bis).

Canti popolari

La Tarantella di Buonalbergo

di Raffaele Scocca

E’ un canto a contrasto di cui Raffaele Scocca ha raccolto strofe e melodia dalla viva voce del popolo, negli anni cinquanta e di cui ha fatto un arrangiamento ben interpretando il senso popolare del canto.

Oi ne’ che bella luna c’è masséra
Quess’è na luna de fuje figghiòle (bis).
Ascìt’ ‘a la finesta pe’ favore
Sentiti che profumo de viole (bis).

Ritorne.: Oi belle figghiòle venìt’ ‘a ballà
Ca ‘sta tarantella ve fa ‘mmarità.
Oi bella figghiola non fa la scontrosa
Ca pizzol’ ‘e vasi non fanno pertòsa.

Carmè t’aspetto ‘nnand’a la fondana
Non ce lo ‘ddice a mmammèta ca vieni (bis).
S’è cchino lo varrìlo e va lo sfratta
Vienel’a énghie ca t’agghia parlane (bis).

Francì vattenne, si te sende mamma,
lo ddice a tata e po’ me manna a ccorca (bis).
Tu mò vatténne ‘mmiéz’ ‘a lo Palazzo
Famme sendì ‘no poco ‘ss’orghinetto (bis)

Ritornello

Figghiò masséra non pozzo sonane
Pecché sto’ core vole fa’ l’amore (bis).
Me tremeno le ddeta e te lo ddico
Da quanno s’uòcchi tui m’anno‘uardato (bis).

Uagliò, fallo pe ‘mme, vatténn’ ‘spasso
Vatténne ‘mmiez’a li compagni tui (bis)
La siend’ a mamma già me dice: A corca!
‘Ca a mezzanotte t’haia’azà‘ammassane(bis).

Ritornello

Va ‘bbuono, statti bbona, vatte corca,
ma cuogghiemella prima ‘na viola (bis).
Cuogghiéme questa ddro, dint’a ‘ssa testa
Queddra ca mo te teddrecava m’bacci (bis).

Mo te la dao ma tu statti citto
Non fa ca poì lo ddici a tutti quanta (bis)
Questa ca tengo ‘mpietto mò te meno
C’agghio penzato ch’èa da stammatina (bis).

Ritornello

Io me ne vavo bella, statti bbona
Duormi co ‘ss’uocchi tui e co sto’ core (bis).
Vav’a sonà addò Peppa la fornara
Ca ddrà s’abballa co’ tanta figghiole (bis).

Vatténne e statt’accuort’a ‘ssa viola
Non te la fa ‘arrobbà, me raccomanno (bis).
Ca si la pierdi da me cchiù no’ l’hai,
li Casalissi sanno fa ‘sse cose (bis).

Ritornello

Tu cert’a lo Casale già ce pienni
Mo che ce penzo già me l’anno ditto (bis).
Tu pienni a Santianni e a Tarravecchia
Te ‘uoti come fa lo girasole (bis).

Che ‘bbuò Franci’ chi e bell’è sempe bello
E qua guaglioni belli ce ne stanno (bis)
Ma com’a te non ce sta nisciuno
‘Ca suoni l’orghinett’e ssai candane (bis).

Ritornello

Masséra Carmeli’ tu ce ‘uò sfotte
Te ‘uò pigghià co ‘mme la pizzicata (bis).
Ma tu lo ‘ssai ca quanno Ciccio ‘ncoccia
Fa ascì lo ‘ffuoco da sotta le scarpe (bis)

Francì, non te ‘ngazzà c’hagghio pazziàto
Te ‘oliss’arraggià pe’ ‘ccossì ppoco (bis).
Si tu me ‘uoi va lo ‘ddic’a mamma
Ca si c’ave piacere ce sposamo (bis).

Finale (lento, trascinato)

Oi ne a la luna nova ieri sera
Se ne fuivo ‘na bella figghiola (bis).

(Riprendendo il ritmo precedente)
Carmela co’ Francisco sonatore
E ddrà ssonàro tutta la nottata (bis).

Ritornello

N’agghio passato notte

(Raccolta da Letizia Festa)

E’ un canto che si trova anche a Montecalvo Irpino, come altri, dove la conservazione della memoria popolare è ben considerata anche grazie a Gianbosco Maria Cavalletti.

N’agghio passato notte

pe dint’a ssi valluni

spine, jneste e ruvi

avessera sulo parlà

Senza cha bbai e bbieni

l’uva nonn’è mmatura

si ancòra criatura

non te puo’ mmarità’.

mamma vacce parla

si vavo io me ‘mbrogghio

ca a Nannina la vogghio

non m’adda dice de no.

Ma io tengo li tuoi capilli

dind’a lo portafoglio

io de te non me scordo

e sembe a te m’agghia pigghià’.

I testi e le musiche dei canti li inserirò piano, piano. Chi li volesse ascoltare o registrare, basta andare in chiesa durante la Settimana Santa. Il Gruppo Teatrale ha registrazioni fatte negli anni ottanta in chiesa, durante le processioni e nelle case di alcuni buonalberghesi. Negli anni successivi sono state fatte altre registrazioni perchè si era osservato diversità nelle esecuzioni.

La diffusione della Canzone popolare, sacra e non, la facciamo inserendo nei testi teatrali che rappresentiamo, i canti del paese.

E ‘rrecorrimo a lo Sepolcro , ha accompagnato le donne del Liolà di Pirandello al ritmo delle pietre che spaccavano le noci; durante la preparazione della Via Crucis Vivente , nelle sue diverse edizioni, ogni volta un coro popolare e singoli cantatori hanno eseguito il brano nelle sue diverse esecuzioni, evidenziando la crudezza del testo nel dialetto buonalberghse. In altri dialetti non può rendere. L’abbiamo inserita anche ne Il Rosario , un racconto di F. De Roberto incastrato ne La Giara.

La Canzone popolare è di tutti. Ogni popolo, però, ha una sua identità; è vero che la globalizzazione sembra aver unito tutto il mondo ma i contadini del novecento di Buonalbergo hanno avuto un dialetto sicuramente differente da quello dei contadini di Paduli o di Casalbore o di Montecalvo, paesi limitrofi con i quali si era anche in commercio. La Grammatica del Dialetto buonalghese, di Lodovico Scocca, che stiamo per pubblicare, aiuterà molte persone a capire.

Le ricerche appartengono a chi le fa. Le mie ricerche le ho sempre diffuse, anche escogitando sistemi per renderle più facilmente fruibili, come ad esempio la Caccia al Tesoro che serviva solo a far conoscere il territorio e le sue tradizioni ai ragazzi; o l’inserimento di Canti popolari registrati nelle campagne o nelle processioni o nelle case dei buonalberghesi, nelle commedie che rappresentiamo; o nelle letture che abbiamo fatto nelle strade del Paese, chiamandole Teatro per strada ecc… ecc…

A tal proposito non è superfluo ricordare che quando si prendono informazioni da qualcuno, la correttezza vuole che sia citata la fonte.

Ad esempio le informazioni su Buonalbergo che trovo nei siti del paese ed in alcuni depliant, anche finanziati dalla cosa pubblica, sono state prese, cambiando pochi termini, da pubblicazioni da me fatte per la Regione Campania.

Ho inserito, volontariamente, alcuni errori per rendere riconoscibili le mie ricerche da quelle degli altri che non amano confrontarsi e discutere.

Chiunque, armato di buona fede, umiltà e voglia di conoscere, può contattarmi personalmente o sul sito, come già hanno fatto diversi giovani studenti per le loro ricerche.

Ricordo che sto caricando nella sezione Biblioteca, tutti i testi a disposizione per fare ricerche storiche sul nostro territorio , di letteratura e di teatro.

Non rispondo ad anonimi.

Sempre servo del mio paese,

Fernandino Iorio