Il Castello di Crepacuore

Realtà storica e localizzazione

di Lodovico Scocca


Studio delle fonti e ipotesi di conformazione del territorio

PREFAZIONE

Questa ricerca di carattere storico-territoriale è nata dalla curiosità di cercare di stabilire la localizzazione del castello di Crepacuore di cui parla una fonte storica medievale, l’“Ystoria Rogerii regis Sicilie, Calabrie atque Apulie”, opera dell’Abate Alessandro di Telese, che narra i fatti accaduti tra il 1127, anno in cui Ruggero II succede al nipote Guglielmo, duca di Puglia e il 1136, anno in cui Lotario, imperatore di Germania, torna nuovamente in Italia per sedare alcune rivolte in Lombardia e scende al Sud per aiutare alcune città sollevatesi per l’ennesima volta contro Ruggero II.
In questa opera l’Abate telesino non ci dice esattamente dove questo castello sia collocato.
Alcuni documenti trovati nell’”Archivio Angioino”, datati 1269, parlano di questo castello senza definirne il sito; altri, dello stesso archivio, datati 1365, parlano genericamente di un Casalis Crepacordis, presso un Castel Crepacuore, attraversato dalla via Traiana, dove, con una concessione speciale, Carlo d’Angiò dava il permesso di alloggio a duecento soldati provenzali che avevano preso parte all’assedio di Lucera e alla difesa del Castel Crepacuore.
La cosa che ha stimolato in me questa ricerca, però,è stata la lettura, nei “Giornali” che vanno sotto il nome di Giuliano Passaro, ma che altro non sono che una raccolta di cronache di più cronisti, di un passo in cui si parla della distruzione di un “castello di Buonalbergo tra le montagne di Crepacuore” da parte dei francesi di Carlo VIII nel 1496. Questo castello di Buonalbergo tra le montagne di Crepacuore e il castello di Crepacuore di cui si parla nell’opera dell’abate telesino erano la stessa cosa?
Negli “Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età” editi tra il 1795 e il 1819, Alessandro Di Meo parla di Crepacuore o Crepacorda come di un casale-sobborgo di Troia, “villaggio ora distrutto che stava dove è la Taverna a fonte di San Vito”.
Lo storico francese Chalandon nella sua importante opera “Histoire de li Normant in Italie et in Sicilie” e la studiosa inglese Dionne Clementi nel suo commento storico all’”Ystoria Rogerii regis Sicilie, Calabrie atque Apulie” dell’abate telesino, forse mal interpretando quanto scritto dal Di Meo o attingendo uno dall’altro tale interpretazione, collocano invece il castello presso una città chiamata Taverna, in provincia di Avellino.
Come si può vedere, esiste, quindi, una diversità di termini a cui “Crepacuore” è legato: ora castello, ora casale, ora montagne e non esiste un accordo tra i vari autori circa la sua localizzazione : nei pressi di Troia, a Buonalbergo, a Taverna. Ma allora si tratta di un castello, di un sobborgo, di un casale, di una montagna oppure può essere contemporaneamente tutto ciò in quanto più luoghi avrebbero potuto avere lo stesso nome?
E’ difficile stabilire con certezza tutto questo. I documenti finora esaminati sono vaghi o imprecisi; pertanto, analizzando direttamente dalle fonti i fatti descritti, cercherò con obiettività e senso critico di raggiungere un risultato che, seppure non sovvertirà la storia, – non era questo l’intento, – appagherà la curiosità di coloro che vorranno
seguire queste ricerche.

L. S.

PRESENTAZIONE

Il termine “castello” evoca nella nostra immaginazione lunghi assedi, terrificanti torture, languidi trovatori, splendide castellane, cavalieri coraggiosi, tornei tormentati per avere in premio la mano della figlia, bellissima, del signore di turno. Fu proprio tra le mura dei tanti castelli sparsi per l’Europa di allora che nacque e si diffuse la letteratura volgare e che vide le sue origini la civiltà cortese. Ed il castello, perciò, è il segno più caratteristico del Medio Evo.

C’era una volta un castello: e via a volare con la fantasia alle tante fiabe ascoltate da piccolo e ai racconti fantastici di belle addormentate e di castellane prigioniere e disperate, svegliate da sonni profondi, causati da streghe cattive con malèfici incantesimi e liberate da cavalieri coraggiosi e poi portate via lontano a “vivere felici e contente” in castelli splendenti e ricchi di fate, su cime innevate di monti, seminascosti tra nuvole bianche. Ma le favole che ascoltavo da piccolo, non parlavano solo di belle castellane, di fughe romantiche, di fate e di cavalieri coraggiosi. Esse evocavano anche tetri castelli, pozioni magiche, alambicchi fumanti, corvi e gufi appollaiati sulle spalle di streghe o di maghi cattivi, porte cigolanti e fantasmi, oscure prigioni, rumori di catene e carcerieri crudeli.
Amore e morte, bene e male si sono sempre combattuti tra le mura dei castelli che sono il simbolo di un Medioevo all’apparenza oscuro ma che pure dall’oscurità trae parte del fascino che ha accompagnato per secoli l’idea stessa del castello.
Fatti storici, racconti epici, romanzi cavallereschi ci portano a capire ciò che ha rappresentato e ancora oggi il castello rappresenta, almeno per alcune persone notabili (politici, attori famosi, banchieri, giudici, capi-mafia, alti prelati, con le loro auto blindate, le “body-gard”, le scorte, le telecamere che circondano i loro rifugi e le loro fortezze chiamate più semplicemente: abitazioni;) e che cosa il castello abbia potuto rappresentare per gli occhi e per lo spirito dell’uomo medievale quando le sue mura e la sua solidità costituivano per il “signore” il simbolo dell’ isolamento, della sicurezza e della grandezza.

Quel diaframma (il castello) posto tra l’io (il signore) e l’ambiente (i sudditi), tra sé e gli altri, rappresentava e rappresenta ancora oggi una netta separazione tra certi uomini e il mondo circostante. Anche se una simile percezione è maturata nel Medioevo, in realtà fa parte da sempre della mentalità umana. Possesso, dominio, potere, ambizione e poi sudore, fatica e sofferenza ad essi correlati, sono eterni principi sintetizzati in un involucro di pietra, il castello, e sostenuti da una eterna divisione dell’umanità.
IL CASTELLO NELLA STORIA DELL’UOMO.

Ogni volta che parliamo di castelli, la nostra mente vola sempre a immaginare la forma e la struttura del castello medievale ma esso ha, invece, origini molto lontane che partono proprio dalla preistoria.
Infatti nella Francia centrale, nella Germania occidentale, in Inghilterra e nei paesi slavi, sono state rinvenute recinzioni anulari in terra e muretti a secco equivalenti ai “castellieri” delle regioni mediterranee che costituirono le prime fortificazioni dell’uomo primitivo per difendersi da nemici di altre tribù e dagli animali feroci
Tra il 1350 e il 1250 a.C., nel periodo “Tardo-minoico”, verso la fine, cioè, della civiltà Minoica e della successiva sovrapposizione ad essa, in seguito a migrazioni di altre popolazioni, della civiltà Micenea, i “megaroi” cioè i palazzi che raggruppavano più abitazioni a finalità diverse: economica (magazzini situati nel sottosuolo dove si raccoglievano tutti gli alimenti necessari alla popolazione del palazzo), politica (luoghi di discussioni e decisioni) e religiosa (luoghi di preghiera), cominciarono ad essere associati a cunicoli, gallerie, apprestamenti difensivi in posizione sovrastante. I palazzi divennero così dei complessi fortificati a causa della natura guerriera del nuovo popolo. Quasi nello stesso periodo, in Sardegna, si sviluppava la “civiltà nuragica” (età del bronzo e del ferro: II-I millennio a.C.), caratterizzata da una architettura monumentale: i nuraghi. Essi erano vere e proprie fortezze, alte anche più di venti metri, costruite con grossi blocchi di pietra, rozzamente squadrati. La loro funzione era con ogni probabilità di carattere militare. Lo studio attuale del territorio in cui essi sono situati tuttora, evidenzia l’intento di controllare colli, tratturi, passi di montagna e villaggi, con posizione affine a quella dei castelli veri e propri sviluppatisi successivamente.
Nell’età classica e in quella ellenistica, i Greci svilupparono l’architettura militare costruendo imponenti cinta murarie e particolari torrioni di sorveglianza.
A questi modelli greci si ispirarono, verso la metà del IV secolo a.C., anche le popolazioni che entrarono in contatto con la civiltà greca, in particolare i Lucani che presidiavano la Basilicata, terra particolarmente montuosa, con molti fortilizi.
Gli stessi Sanniti circondavano di mura in pietra i loro insediamenti tra i monti e le loro città, rendendo difficili gli attacchi nemici sia per le zone impervie in cui si rifugiavano che per la consistenza dei loro fortilizi di difesa.
I Romani, ai confini dell’Impero, costruirono i “castra” sistemando alle frontiere delle guarnigioni semipermanenti in fortini che dapprima furono costruiti in legno, ma poi divennero delle strutture in pietra. Ai confini dell’Impero, specie nel periodo tardo-antico, quando la potenza di Roma andava diminuendo e cresceva l’insicurezza, si cominciarono a fortificare anche le ville private nelle campagne.
I Bizantini, in epoca giustinianea, costruirono i loro “kastra e kastellia” sullo schema quadrangolare delle piazzeforti romane e ne diffusero l’utilizzo nel loro impero, dalla Grecia all’Europa centrale, (fino a formare uno sbarramento , sul Danubio, contro le popolazioni asiatiche) e poi nel vicino Oriente (Siria e Giordania) dove l’edilizia tramandata dai romani si fuse con quella islamica.
Nell’ età carolingia e ottoniana si erano diffuse, in tutta Europa e in Italia, delle strane fortificazioni. Le residenze dei re venivano circondate da mura e fossati; staccionate di legno, invece, circondavano le “villae agricolae”, ed erano queste le forme più frequenti di difesa. I monasteri, invece, molto spesso si circondavano di siepi spinose. Tuttavia, per quanto fosse stracolmo di rovi, quel prototipo dell’odierno filo spinato, difficilmente avrebbe respinto bande di masnadieri e predatori senza scrupoli. Era perciò necessario qualcosa di più resistente ed imponente per incutere paura e respingere i malintenzionati di turno. Alla fine del IX secolo, il vescovo di Modena Leodoisio, organizzò nella sua diocesi, una serie di nuove fortezze facendo costruire, nei pressi degli edifici religiosi, dei rilievi artificiali di terriccio, detti “tumuli”, che, con scopo chiaramente difensivo, dominavano la campagna circostante. Essi venivano ulteriormente rinforzati sfruttando tutto ciò che la natura metteva a disposizione: dossi ben muniti, legna del bosco per fare staccionate, l’acqua incanalata di un ruscello o di un laghetto.
Vichinghi, Saraceni e Ungari. Fin dal IX secolo la violenza delle loro scorrerie, nonché i frequenti disordini interni tra le varie città, facevano davvero tremare un’ Europa che nella sua maggioranza, era fatta di contadini e campagne. E proprio nelle campagne europee, prima della diffusione dei castelli, mancava una capillare organizzazione difensiva che consentisse di difendersi dagli invasori o di resistere ai rivolgimenti d’ambito locale. L’unico, fragile baluardo, per il contado, restavano le chiese; probabilmente si sperava , spesso invano, nella pietà suscitata dal crocifisso negli assalitori. Ma le deboli fabbriche delle chiese garantivano la salvezza dell’anima ma non quella del corpo. Per tale motivo, nel X secolo, aumentarono a dismisura le concessioni fatte dai vari sovrani a marchesi, conti, vescovi, abati e cittadini eminenti per realizzare fortificazioni nel regno d’Italia. In certe occasioni, preti, notai e uomini ricchi, decidevano di consorziarsi per sostenere le ingenti spese richieste per l’erezione di un robusto castello che desse stabilità e tranquillità a sé stessi e al popolo.
Quando la potenza di Roma lasciò il posto ai regni barbarici, furono i Goti a creare munitissime “defensiones”.
I Longobardi, allorché si spingevano nei territori ostili, crearono, nei punti più alti dei territori esplorati, le “guardie”, cioè dei punti di difesa stabili, in posizione elevata, da dove controllavano il territorio circostante. Molto probabilmente quello che poi, ad Alipergus, per tradizione popolare, sarebbe divenuto il “castello di Boemondo”,fu dapprima un punto di “guardia” longobardo trasformato, poi, nel “Locus Alipergus” una volta che fu conquistato il territorio circostante.
Quando i Vichinghi si stanziarono definitivamente nel Nord della Francia e da qui alcune famiglie di questi uomini del Nord, di questi Normanni, si spostarono successivamente nell’Italia meridionale, conquistandola lentamente con varie strategie (politiche, militari, religiose e matrimoniali), comparvero per la prima volta delle fortificazioni ben strutturate, complesse e molto resistenti agli attacchi nemici che i Normanni chiamarono “motte”. Esse erano dei rilievi di circa quindici metri costruite con terreno di riporto estratto dal fossato sottostante, misto talora a gesso compattato ad arte. In cima a questa collinetta veniva alzata una torre costruita in legno, in genere quadrangolare, la cui funzione era quella di controllare il territorio circostante. Oltre al presidio armato, conteneva, al primo piano, degli ambienti domestici, molto sobri, mentre al piano terra la dispensa e il deposito di armi e munizioni. Vi si accedeva tramite un ponticello di legno, mobile. Una passerella sopraelevata, anch’essa di legno, univa la fortezza con la bassa corte, uno spiazzo, il più delle volte circolare, cinto da una palizzata oltre la quale era presente un fossato. Nella corte erano presenti gli edifici della piccola comunità rurale: l’aula per le attività amministrative, una piccola chiesa, le poche abitazioni dei contadini, il fienile, la stalla e i vari laboratori degli artigiani. Pertanto, al riparo di una torretta e di un robusto steccato, circondato da un fosso e da una muraglia di terra, si svolgeva la vita di una piccola comunità fondata su un sistema sociale elementare ma funzionante: lavorare, pregare, versare tributi al padrone in cambio di tranquillità e protezione, che permetteva ai contadini di svolgere la loro vita nei campi e di trovare riparo nei momenti di difficoltà e durante la notte.
Nonostante diversi rilievi archeologici, non è avanzato quasi nulla di queste costruzioni, fatte, tra l’altro, con materiali deperibili e che, perciò, non hanno resistito al tempo. Tuttavia l’immagine di una motta, della sua costruzione e della vita che si svolgeva nel suo interno e nelle sue vicinanze, ci viene data dall’arazzo di Bayeaux, un telo di lino di 70 metri di lunghezza, disegnato, cucito e ricamato da ricamatrici anglosassoni tra il 1066 e il 1082 e su cui sono rappresentate le imprese di Guglielmo il Conquistatore e l’epopea dell’invasione e della conquista dell’Inghilterra da parte dei Normanni. In cinque quadri compaiono sia le scene di costruzione di una motta (a forza di braccia e badili), sia gli assalti portati ad essa da eserciti nemici. Ma il materiale di cui erano fatte le motte (legno in prevalenza) e la sempre maggiore sofisticazione ed efficacia delle nuove macchine belliche, resero le motte meno sicure per cui, i Normanni, svilupparono sempre più complessi modelli castrensi fatti di pietra.

Arazzo di Bayeaux: costruzione di una motta.

“Eppure a livello concettuale l’impostazione non mutava granchè, poiché alla motta si sostituiva, adesso, un più massiccio torrione, il “mastio o maschio” e all’usuale recinzione di palanche di legno, veniva sostituita la cinta muraria. Così i castelli si facevano sempre più sicuri e riparati. A tutta prima pressoché imprendibili, con le loro strutture più che mai enormi e potenziate dal raddoppiamento delle trincee e delle cortine e dai parapetti, dai cammini di ronda, dai rinforzi angolari, dagli spalti merlati, dai ponti mobili manovrati dalle catene, dagli altissimi muraglioni assemblati con malta e calce e da quell’infinità di accorgimenti tecnici impiegati per meglio rispondere alle più svariate esigenze difensive.

Castello Normanno

L’architettura normanna, derivata dalla romanità e mescolata con elementi islamici, costituita dalla perfetta geometria della costruzione quadrata, si affinerà ulteriormente e si perpetuerà con l’architettura voluta da Federico II nei suoi castelli ed evolverà fino ad assumere forme poligonali, come in Castel del Monte la cui struttura ripetitiva, così come osservato anche nel castello Ursino di Catania, commissionato sempre da Federico, ha indotto a ipotizzare fantasiosi ed enigmatici significati esoterici.
Nel corso dei secoli successivi, l’opportunità di adattare i castelli a situazioni e luoghi diversi, ne determinò, di volta in volta, le particolari dimensioni e caratteristiche. Il paesaggio e i mutamenti degli eventi storici, nonché delle caratteristiche e della potenza delle macchine d’assedio, fino all’invenzione e all’uso della polvere da sparo, influirono decisamente sulla conformazione architettonica dei castelli. Il passaggio poi dalla pietra ai laterizi, contribuì a nuove conformazioni strutturali e a nuovi sviluppi architettonici, per cui, la gamma delle soluzioni costruttive divenne, via via, sempre più ampia.”
La struttura quadrata sarà sempre presente, nelle dimore dei signori e
dei principi, dal Medioevo in poi.
… E il Medioevo è l’epoca dei castelli per eccellenza e proprio da questi è più facile cominciare , o meglio, ricominciare a raccontare: “C’era una volta un castello … “*.

Ricostruzione di una motta

*Medioevo dossier: Il castello, un’invenzione del Medioevo. Anno IV/ n° 1. De Agostini Rizzoli periodici.

IL CASTELLO DI CREPACUORE: FONTI STORICHE.

La prima fonte storica che parla del castello di Crepacuore è “l’Hystoria Rogerii regis Calabrie, Sicilie atque Apulie”, opera dell’abate Alessandro di Telese.
In questa opera, l’abate telesino, narra i fatti accaduti tra il 1127 e il 1136, anni importanti per la storia del Mezzogiorno d’Italia, anni in cui Ruggero II, conte di Sicilia, figlio di Ruggiero I e nipote di Roberto il Guiscardo, succede a Guglielmo Borsa, fratellastro di Boemondo, come duca di Puglia (1127), poi si fa incoronare a Palermo (1130) Re di Sicilia, Calabria e Puglia e si impegna in numerose lotte e guerre per affermare la sua supremazia su tutti i signori del Sud che gli si opponevano.
Ruggero realizzò un’impresa davvero importante in quanto ridusse a unità politica e amministrativa tutta l’Italia meridionale che, fin dai tempi dell’arrivo dei longobardi, era divisa in tanti piccoli stati in continua lotta tra loro da quando, nell’849, si era determinata la divisione dell’unico ducato di Benevento, nei due principati di Benevento e di Salerno da cui, successivamente, si sarebbe originato il principato di Capua. Oltre che con alcuni membri della sua famiglia, Ruggero II aveva dovuto lottare contro tanti altri signori e feudatari che non accettavano la loro sottomissione al Re e contro le pretese politiche della Santa Sede e dei suoi papi che, fin dal tempo dei primi insediamenti normanni nel Sud dell’Italia, si erano arrogato il diritto di investirli come signori delle terre da loro conquistate con la forza delle armi, la diplomazia dei matrimoni e delle alleanze e di porli sotto la protezione di “Santa romana Chiesa”.
La storia fu scritta da Alessandro Telesino, abate del monastero di San Salvatore telesino, su invito di Matilde, sorella di Ruggero . In essa si evidenzia una parzialità politica e una convergenza di idee con il Re che però non ne compromettono la veridicità storica.
Veniamo ora ai fatti narrati dall’abate telesino nei quali si parla del castello di Crepacuore. Siamo negli anni 1131 – 1132. Ruggero II aveva riportato successi in tutti i territori del Sud e dopo la sottomissione del principe di Capua, Roberto, e di Sergio VII, duca e comandante della città di Napoli, controllava tutti i territori del Sud, esclusi quelli della chiesa, fin quasi alla città di Ancona.
Gli venne allora consigliato da Errico, suo zio, del quale era il prediletto, che poiché era ormai il dominatore assoluto di tante province, oltre che di Sicilia, Calabria e Puglia, di farsi nominare Re e di fare di Palermo la capitale del regno. Avendo il duca Ruggero vagliato il suggerimento dello zio, volle consultarsi seriamente con alcuni espertissimi uomini di chiesa e con altre persone tra le più competenti in materia, oltre che con alcuni principi, conti e baroni. Diede loro appuntamento a Salerno. Costoro approvarono all’unanimità quanto il duca Ruggero aveva loro proposto e stabilirono di incoronare Ruggero re in Palermo, capitale della Sicilia e futura capitale del Regno. La notte di Natale del 1130, Ruggero venne incoronato re a Palermo tra grande lusso e sfarzo.
“Conclusa la cerimonia il re cominciò a considerare, tra sé e sé, come poter rafforzare con una pace duratura il suo Regno. Perciò cominciò a esigere dagli amalfitani che lasciassero tutte le loro fortificazioni e le consegnassero a lui. Avendo questi risposto che rifiutavano, il re, indignato, li bandì dal consorzio dei suoi alleati e ordinò all’Ammiraglio Giovanni di assediare la ribelle Amalfi”.* Conquistata la città e i suoi castelli vicini, Ruggero raggiunse Salerno. Mentre soggiornava qui, il comandante della città di Napoli, Sergio, si sottomise al suo dominio. Inoltre il Re si impadronì della città di Avellino e del castello di Mercogliano che appartenevano a Riccardo, fratello di Rainulfo, conte di Alife e marito di Matilde, sorella di Ruggero. Costei, venuto a sapere che Ruggero suo fratello era giunto a Salerno, partì da Alife per andare da lui, in assenza e all’insaputa di suo marito, il conte Rainulfo, ripromettendosi che sarebbe tornata da lui solo se le fosse stata restituita tutta la dote e cioè la Valle Caudina con le città che vi si trovavano. Ruggero saputo il giusto motivo che l’aveva condotta lì, desiderando proteggerla, le permise di restare presso di sé quanto avesse voluto. Quando Rainulfo, tornato da Roma, non trovò sua moglie e scoprì di aver perso Avellino e Mercogliano, si adirò e mandò a Montefusco, dove nel frattempo Ruggero s’era spostato, dei suoi legati chiedendo la restituzione della moglie e delle città sottrattegli. Il Re rispose che la moglie di Rainulfo si era recata presso di lui spontaneamente e che per le città era disposto a trattare e lo invitò presso di sé. Ma Rainulfo non accettò questa proposta e Ruggero, gravemente offeso, partì per la Sicilia con la sorella e il figlio di lei, Roberto. Il conte Rainulfo, venuto a conoscenza di ciò, rimase molto addolorato e certo di essersi alienata la benevolenza del re, sicuro che lo stesso gli avrebbe mosso guerra, cominciò a rinforzare le sue roccaforti e preparò la difesa.
Ruggero rimase in Sicilia finché decise di riprendere la guerra e giunse con un numeroso esercito a Taranto per assediarla. Allora Goffredo, conte di Andria, preferì cedere la città pacificamente con gran parte delle sue terre.

*da Alessandro di Telese: Storia di Ruggero II, a cura di R. Matarazzo. Arte Tipografica, Napoli; 2000.
Il Re proseguì per Bari ove Grimoaldo, principe della città, tradita la fedeltà al Re, si era alleato con i suoi nemici. Dopo tre settimane di assedio, la città cadde e Grimoaldo, prigioniero, fu mandato in Sicilia.
Tancredi di Conversano, uno dei principali baroni della Puglia, venuto a conoscenza di questi fatti, capì d’aver sbagliato alleandosi con i nemici del re Ruggero e con la scusa di partire per Gerusalemme, diede al Re, spontaneamente, Brindisi e le altre città e castelli su cui dominava.
Il principe Roberto di Capua aveva intanto inviato messaggeri al Re per chiedere, per l’ennesima volta, la restituzione della moglie e del figlio del suo vassallo, il conte Rainulfo II, e delle città di Avellino e Mercogliano. Per tutta risposta, il Re ordinò al suddetto principe di correre a Roma con il suo esercito per aiutare l’antipapa Anacleto II nella lotta contro il papa Innocenzo II. Ma il principe Roberto rispose che prima re Ruggero avrebbe dovuto restituire ciò che era del suo vassallo, il conte Rainulfo. Temendo, per questa sua ennesima disubbidienza, l’ira e l’attacco del Re, il principe Roberto e il conte Rainulfo raccolsero un numeroso esercito di cavalieri e si diressero verso la Valle Caudina ove si attestarono per respingere un eventuale attacco del Re che, nel frattempo, era arrivato a Bari.
Venuto a conoscenza delle risposte del principe Roberto, Ruggero le considerò un’offesa e informato anche del fatto che, con il conte Rainulfo, si preparavano alla guerra, mosse da Bari e raggiunse il Castello di Crepacuore nei pressi del quale decise di accamparsi.
“Ma il Principe e il conte Rainulfo, venuti a sapere che lui era così vicino, si accorgevano del fatto che veramente si affrettava contro di loro; perciò si preparavano con tutte le forze a difendersi.” *

* da Alessandro di Telese: Storia di Ruggero II, a cura di R. Matarazzo. Arte Tip.. Napoli 2000.
Il Re, infatti, spostò i suoi accampamenti da Crepacuore a Montecalvo Irpino e inviò ambasciatori al Principe affinché si unisse a lui per andare a Roma in aiuto dell’antipapa Anastasio II e lo lasciasse passare attraverso le sue terre. Alla risposta negativa del Principe, il Re spostò i suoi accampamenti da Montecalvo a Paduli, nei pressi del castello, con l’intenzione di chiedere aiuto al Rettore di Benevento Crescenzo, all’Arcivescovo Landolfo e ai cittadini di Benevento. Ma i beneventani, nonostante l’impegno del Rettore e dell’Arcivescovo, si rifiutarono e nacque una grande sommossa perché non volevano prestare giuramento di fedeltà a re Ruggero. Il Rettore Crescenzo e l’Arcivescovo Landolfo furono, così, costretti a lasciare la città. I cittadini, allora, mandarono un’ ambasceria al principe Roberto di Capua e al conte Rainulfo, confermando la loro opposizione a re Ruggero.

I due, allora, con le loro truppe, si avvicinarono a Benevento e si fermarono a Castelpoto, non lontano dal fiume Calore. Successivamente entrarono in Benevento e strinsero un patto di alleanza con la città contro re Ruggero. Per tutta risposta, il Re levò gli accampamenti da Paduli e andò ad assediare Nocera, castello del principe Roberto. Venuti a conoscenza dell’assedio di Nocera, , il principe Roberto e il conte Rainulfo andarono a soccorrere gli assediati. I due eserciti si scontrarono nella piana di Nocera e Ruggero II, sconfitto e costretto alla fuga, si rifugiò nella città di Salerno.

Falcone beneventano, nel suo Chronicon , narra questi fatti in maniera molto più sbrigativa. Contemporaneo dell’Abate telesino e di Ruggero II, era oppositore di quest’ultimo per motivi politici, economici e religiosi. Le caratteristiche dei suoi scritti, una sorta di elenco di fatti accaduti nella sua città, una cronaca cittadina e delle zone vicine, che non hanno carattere celebrativo, come invece l’opera di Alessandro di Telese, fanno si che Falcone guardi e annoti semplicemente i fatti del suo tempo anche se quando parla di Ruggero, non indugia ad accusarlo di crudeltà nell’imporre il suo potere.

Al contrario di Falcone, l’Abate telesino segue e annota le vicende di un uomo solo e pertanto risulta più preciso nella descrizione dei fatti.
Nel Chronicon, Falcone si autodefinisce notaio, scriba e segretario del Sacro Palazzo di Benevento, oltre che giudice cittadino. Apparteneva al ceto sociale dei nobili della città e al partito politico legato alla Santa Sede che si era formato ancor prima della fine del potere dei principi longobardi. Falcone, quindi, si schierò dalla parte dei Rettori pontifici e dei Connestabili che, nominati direttamente dai papi, ne impersonavano la volontà politica, tesa a contrastare e impedire l’ascesa dei Normanni che già si erano impadroniti di quasi tutto il Mezzogiorno e che minacciavano l’indipendenza della città di Benevento. Falcone, perciò, era contrario al partito popolare e ai suoi capi che, spesso, si identificavano con gli arcivescovi in carica che cercavano una pacifica convivenza con i signorotti normanni dei dintorni che cercavano di impossessarsi dei beni degli aristocratici beneventani sparsi nei dintorni della città. Quando, in seguito allo scisma causato dalla doppia elezione al soglio pontificio di Innocenzo II e di Anacleto II quest’ultimo incoronò Ruggero II e l’Arcivescovo Crescenzo fece di Benevento il centro di ogni cospirazione filo-normanna, Falcone si ribellò dimostrando di essere si un patriota ma, ancor più, un accanito conservatore, un difensore dei suoi possedimenti e molto reattivo se colpito nei suoi interessi personali. Si evidenzia, perciò, nel Chronicon il suo odio viscerale per Ruggero e i suoi partigiani e con determinazione, afferma la sua fedeltà alla cattedra di Pietro. Nonostante questi suoi atteggiamenti politici, Falcone non fu un eroe della sua epoca storica. Egli fu un uomo di palazzo divenuto poi notaio e successivamente giudice cittadino che, da uomo colto, scrisse la storia del suo tempo. Ma la lettura di questa opera rivela anche un vero uomo e un cittadino desideroso di vivere in pace la sua vita, godendosi i frutti dei suoi beni e della sua professione e che è costretto a schierarsi dal momento storico sia per motivi personali che per motivi politici e religiosi. Fino al 1132, quando non occupava cariche pubbliche, Falcone visse una vita tranquilla. Quando però, per lo scatenarsi degli eventi, vide in pericolo sia i suoi beni che la sua posizione di sincero credente, cioè dopo lo scisma, si schierò decisamente a favore di Innocenzo II, vero papa, e di conseguenza contro Ruggero II che prese le parti dell’antipapa Anacleto II . Quando nel 1133 ottenne la carica di giudice, fu costretto subito a pagare caro tutto ciò, con tre anni d’ esilio, in seguito alla presa del potere, in Benevento, dei seguaci di re Ruggero. Quando nel 1137 l’imperatore Lotario si schierò dalla parte di papa Innocenzo II e la città di Benevento ritornò nelle mani dei suoi seguaci, Falcone rientrò dall’esilio e gioì per l’esonero dai tributi concesso ai proprietari beneventani, lui compreso, dal papa e dall’imperatore. Questa stessa gioia non la esternò quando, qualche anno dopo, la città instaurò nuovamente buoni rapporti con re Ruggero e lo stesso conserverà questi benefici alla città. Con la successiva pace tra il papa Innocenzo II e re Ruggero II, si placheranno anche le invettive contro il Re e i timori politico-religiosi di Falcone che assumerà un atteggiamento più amichevole nei confronti del Re e della sua politica convergente con la chiesa di Roma.
Nel Chronicon, Falcone narra i fatti accaduti nella città di Benevento e nel Mezzogiorno d’Italia nell’arco dei primi cinquant’anni del XII secolo. Scrive, a proposito di quest’ opera, il Pagano – tra i primi studiosi di Falcone del XIX secolo – che in essa Falcone “ricorda e fa vivere personaggi di ogni classe e di ogni condizione, imperatori e papi, cardinali e giudici, arcivescovi e baroni, abbadesse e notai, artigiani, contadini e poi tumulti d’indole politica e manifestazioni religiose, guerre e battaglie, dissensi e vendette, distendendosi come un vasto quadro di vita medievale, pubblica e privata, pervasa da possenti palpiti di odio e di amore. Giacchè vivono, in essa cronaca, tutti i personaggi e vive l’autore nell’amore per la sua città, nella sua fedeltà perseverante verso i suoi signori, nella sua avversione e nel suo odio contro la crudeltà di Ruggero e contro l’empietà, da qualunque parte venga, nella sua fermezza di carattere, che gli fa accettare la condanna d’esilio con energia e con saldezza d’animo e che allora lo fa ritornare in patria, quando gli eventi favorevoli della sua politica glielo permettono”
Tornando adesso alla nostra ricerca sulle fonti storiche sul castello di Crepacuore, occorre dire che in Falcone non compare il nome né la localizzazione del castello. Egli, infatti, interessato più all’annotazione dei fatti della città di Benevento e dominato dall’odio verso re Ruggero, tende, nella sua cronaca, a descrivere più minuziosamente i fatti che mettono in mostra la crudeltà del Re piuttosto che i suoi movimenti e le vittorie sui nemici del suo regno. Perciò, parlando della lotta di Ruggero II contro Roberto di Capua, narra questi fatti in modo più succinto rispetto a quelli descritti dall’abate telesino. Infatti, all’anno 1132 del suo Chronicon, Falcone così narra: “Dopo che il re Ruggero ebbe assoggettato al suo dominio la città di Bari ed ebbe scacciato Tancredi di Conversano dai suoi territori di tutta la Puglia, ricomposto energicamente e ancor più alacremente l’esercito, si avvicinò ai confini beneventani; subito il Re si accampò nella pianura del ponte di San Valentino, prossima alla città il 13 luglio”.*

* Falcone Beneventano: Chronicon, a cura di R. Matarazzo. Arte Tip. Ed. Napoli, 2001
Nella descrizione degli avvenimenti successivi, Falcone si dimostra molto più preciso e particolareggiato nella descrizione dei fatti che accaddero in Benevento, rispetto a quanto descritto dall’abate di Telese (rivolta della città nei confronti del rettore Crescenzo e dell’arcivescovo Landolfo che avevano cercato l’accordo con re Ruggiero e loro cacciata dalla città; accordo dei cittadini di Benevento con Roberto di Capua; fuga di Ruggero da Benevento dopo questi avvenimenti; assedio di Nocera da parte del Re; battaglia, sconfitta , fuga di Ruggero II e rifugio nella città di Salerno), indizio questo dei diversi rapporti col potere dei due personaggi.

Nel “Chronicon” di Romualdo Guarna, arcivescovo salernitano, sono analizzati i movimenti di Ruggero II in maniera molto succinta. Di nobili origini, nato ai principi del XII secolo, divenne arcivescovo di Salerno, dove probabilmente era nato, nel 1153. Questa cronaca comincia dal principio del mondo e termina l’anno 1178. Per le caratteristiche stesse dell’opera e per l’interesse verso fatti accaduti nel territorio di sua giurisdizione, gli avvenimenti vengono analizzati, da Romualdo, schematicamente oltre che non proprio con precisione, per cui all’ anno 1130 (Falcone e l’abate telesino narrano i fatti in questione nell’anno 1132), così narra: “Roberto principe di Capua e Rainulfo conte di Airola, con altri conti e baroni della Puglia, si ribellarono contro re Ruggero. Saputo ciò, Ruggero, con un esercito navale e molti soldati venne a Salerno e presso il fiume Scafati, nel territorio di Nocera, si scontrò con Roberto, principe di Capua e col conte Rainulfo e fu sconfitto. Fuggendo si rifugiò in Salerno.”*

* Falcone Beneventano : Chronicon, a cura di R. Matarazzo: Arte Tip. Ed. Napoli, 2001.
In questi pochi tratti descrittivi della lotta tra Ruggero e Roberto di Capua esistono alcune imprecisioni, se si confronta il tutto con quanto descritto dall’abate telesino e da Falcone beneventano. Oltre alla data in cui questi fatti avvennero (1130 per Romualdo Guarna, 1132 per Falcone e l’abate telesino), l’arcivescovo salernitano non parla delle lotte di Ruggero in Puglia e del suo successivo spostamento verso Crepacuore, Montecalvo e Paduli per poi accamparsi nei pressi di Benevento per chiedere aiuto al Rettore della città contro Roberto di Capua, ma afferma che Ruggero sbarcò direttamente a Salerno proveniente dalla Sicilia.
Ma non si può pretendere la precisione da chi descriveva notizie di ogni genere (nascita e morte di papi e imperatori, calamità naturali, eclissi di sole e di luna, eruzioni vulcaniche) e che guardava da molto lontano le lotte politiche tra i vari signori locali.

Nella “Cronaca dell’anonimo monaco di Cassino” che descrive i fatti avvenuti dall’anno 1000 al 1212, non si accenna minimamente alla lotta tra Ruggero II e Roberto di Capua.

Nel “Chronicon” di Leone Ostiense, pur essendo annotati i contrasti tra Ruggero II e Roberto di Capua, l’autore si sofferma molto velocemente sui fatti, non entrando nei particolari della lotta.

Lo stesso si riscontra nella “Cronaca del monastero di Fossa Nova”, fondato nel 1135, nella diocesi di Terracina, dai Conti D’Aquino.

Ma ciò è spiegabile in quanto in queste caratteristiche cronache medievali, opera, generalmente, di monaci, venivano segnalati prevalentemente eventi religiosi (elezione e morte di papi, abati, vescovi, visite ai monasteri da parte di papi e imperatori) e poi fatti climatici (alluvioni, siccità), fisici (terremoti, eruzioni vulcaniche) o astronomici (eclissi solari e lunari, comparsa di comete, cadute di meteoriti), pestilenze. Poco veniva invece annotato sui fatti di guerra se non accaduti nelle vicinanze o che mettevano in pericolo i vari monasteri (aggressioni di saraceni e incendi e distruzioni).

“Catalogus baronum”: è il titolo attuale, collettivo, proposto da Carlo Borrelli, di tre separati e distinti documenti allegati alla sua opera “Vindex neapolitanae nobilitatis” edita in Napoli nel 1653.
Il primo documento, il più importante e il più esteso per i suoi contenuti, può essere indicato anche come “quaternus magnae expeditionis”. Esso contiene il registro delle straordinarie forze di difesa messe in opera tra il 1150 e il 1168 dai re Normanni di Sicilia (Ruggero II, Guglielmo I il Malo suo figlio e Guglielmo II il Buono, altro figlio di re Ruggero, alla cui morte, senza eredi maschi, per il matrimonio della figlia Costanza con Enrico VI di Svevia, alla dinastia normanna si sostituirà quella sveva degli Hoenstaufen) nelle Province di terra del Ducato di Puglia e del Principato di Capua, nella eventualità di un attacco nemico esterno o delle endemiche ribellioni interne.
Il secondo documento è costituito da una lista di circa 1175 milites di Arce, Sora, e Aquino con i loro feudi e le loro proprietà patrimoniali.
Il terzo documento, datato 1239, è un documento svevo che riporta nomi, feudi e servizi del giustiziariato militare dei feudatari della Capitanata.
Tornando ora al primo documento, esso comprende la “leva della grande spedizione”, una tra le più importanti misure di sicurezza attuate da Ruggero II per contrastare l’alleanza istituita, dopo la seconda crociata, tra Corrado III di Germania e l’imperatore bizantino Manuele Comneno con l’intento di un attacco congiunto al Regno normanno nel corso dell’anno 1149. La “grande spedizione” era in piena mobilizzazione all’inizio dell’estate del1150 con l’aiuto dei tesorieri delle province e sotto il diretto controllo di re Ruggiero. Nel giugno dello stesso anno la sua presenza presso la corte di Capua è ben documentata, quando, per questa strada, si era diretto verso Ceprano per giungere a Roma e cercare di dissuadere papa Eugenio III a non entrare a far parte dell’ostile alleanza. Il peso politico e la potenza militare di Ruggero e la morte di Corrado III di Germania, avvenuta nel febbraio del 1152 (due anni prima che morisse Ruggero II) ostacolarono l’invasione germanica. Ma l’esercito bizantino di Manuele Comneno sottopose la “grande spedizione” normanna di Guglielmo I il Malo a un severo test negli anni 1155 – 1156, test superato con successo.
L’elenco dei feudi e dei possessori venne aggiornato continuamente fino all’anno 1168, quando ne fu effettuato uno molto più approfondito e molto importante per la novità degli ordinamenti. Infatti, furono introdotte delle linee-guida generali per tutte le contee le quali divennero delle vere e proprie istituzioni, strutturate in maniera simile in ogni parte del Regno e non più sottoposte alle singole gestioni personali di ciascun conte.
Neanche in quest’ importante documento dove sono elencati, tra gli altri, i vari feudi e castelli, non compare il castello di Crepacuore.

I “Documenti angioini”. Dopo la morte di Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, vinta da Carlo I d’Angiò, il regno degli Svevi passò nelle mani dei francesi. Tutti i documenti emessi durante il regno degli Angioini, atti della cancelleria dei diversi sovrani che riguardavano i rapporti del reame con gli altri stati, atti che trattavano dell’amministrazione pubblica o privata del regno, leggi promulgate, proclami, ordinanze, sono stati raccolti nell’”Archivio Angioino o della Regia Zecca “ di Napoli. In esso si conservano tre diverse serie di scritture che, secondo le vecchie denominazioni, si chiamano registri, fascicoli ed arche.
I “Registri” comprendono:
a) i Diplomi, cioè scritti indirizzati, da diversi funzionari del regno (cancellieri, protonotai, maestri razionali), agli ufficiali cui spettava l’esecuzione degli ordini ivi contenuti o a persone cui un privilegio o altro, con quel diploma, si concedeva.
b) Le Rationes dei regi tesorieri, che contenevano i conti delle rendite feudali o fiscali esatte e delle spese erogate per fare ciò. Questi conti erano poi discussi e approvati dai maestri razionali che erano deputati a ciò direttamente dal re.
c) Le Cedularie che contenevano gli elenchi dei paesi del regno con la rispettiva tassa; questi elenchi sono molto importanti per la conoscenza delle condizioni amministrative ed economiche del Regno in quegli anni, nonché per le notizie di tutti i luoghi abitati e dei feudi.

I “Fascicoli” comprendono i documenti o gli atti verbali con i quali gli ufficiali giudiziari o amministrativi, rendevano conto del loro operato o dimostravano l’esecuzione degli ordini del re, dei magistrati e degli ufficiali superiori.

Le “Arche” contengono documenti di vario genere che una volta erano chiusi in casse (arche), scritti su pergamena.

Nei documenti Angioini, nel gruppo delle scritture che vanno sotto il nome di “Registri”, indicato con la lettera B, anno 1269, si ritrova un’ordinanza di Carlo d’Angiò, rivolta alle Università di Ariano e di altri paesi circostanti, escluso Buonalbergo, per contribuire con uomini e mezzi alla ristrutturazione del castello di Crepacuore e alla sua difesa dai Saraceni. In questo documento si nomina il castello ma non si dice dove esso si trovi. Sono nominati, invece, molti paesi del circondario di Buonalbergo che sono invitati a contribuire, a loro spese e con propri uomini, alla ristrutturazione e fortificazione del castello.
Un altro documento dell’Archivio angioino, classificato nell’anno 1365, lettera C, foglio 61, ma che riguarda i fatti accaduti nell’anno 1272, nomina il Casalis Crepacordis; esso riporta una concessione di Carlo d’Angiò a duecento soldati provenzali che avevano preso parte all’assedio di Lucera del 1269 e alla difesa del Castel Crepacuore, di alloggiare nel quasi disabitato Casal Crepacuore attraversato dalla via Traiana.

I “Giornali”, che comunemente vanno sotto il nome di Giuliano Passaro, sono delle cronache compilate da diversi autori e cronisti. In essi sono narrati, sotto forma di cronaca, gli avvenimenti che iniziano dall’anno 1185, anno in cui Costanza imperatrice, nipote di Ruggero II perchè figlia di Guglielmo II il Buono, ultima erede normanna in quanto non aveva fratelli maschi, sposò Enrico VI di Germania, figlio di Federico Barbarossa, della dinastia degli Hohenstaufen, dalla cui unione nacque Federico II; proseguono, con scarse e probabilmente non contemporanee annotazioni, fino al 1442. Da quest’anno, poi, fino alla conclusione, gli appunti di cronaca sembrano note immediate o di poco posteriori, che, a mo’ di diario, venivano registrate giornalmente. Alcuni manoscritti si fermano al 1516, altri si protraggono per altri dieci anni, ma, probabilmente, vi furono aggiunti posteriormente. Nei Giornali, con stile rozzo, sono narrati, prevalentemente , i fatti principali accaduti nella città di Napoli e nel Regno. L’autore o, piuttosto, gli autori, sembrano essere popolani napoletani e lo stesso Giuliano Passaro, nell’introduzione, afferma . “Incomincia lo libbro delle cose di Napoli scritto da me, setaiolo napolitano, lo quale avanti di me fu cominciato a scrivere dalli miei antecessori.” Nel corso dell’anno 1496, parlando dell’invasione francese di Carlo VIII contro Ferdinando II di Borbone, il Passaro afferma che “l’esercito francese prese per forza le terre delli Leoni [Lioni n.d.r.] e Guardia Lombarda e la città di Sant’Angelo Lombardo, facendo grandi stragi”. Fu a ciò soggetto anche Buonalbergo e soggiunge: “In questo tempo li franzise pigliaro un altro castello nominato Buonalbergo, nelle montagne di Crepacuore, et questo per forza pigliaro e dalle pedamenta distrussero, che credo mai fu vista simile crudelitate”.

Tommaso Vitale nella sua “Storia della regia città di Ariano e della sua diocesi” del1794, riporta fedelmente, tra gli altri, i documenti del Registro Angioino che nominano il castello. Il Vitale, pur parlando ripetutamente dei paesi costretti, da un decreto di Carlo d’Angiò, a fornire uomini e mezzi per la ristrutturazione di questo castello, non fornisce, nella sua opera, indizi utili a identificarne la collocazione.

Negli “Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età”, editi tra il 1795 e il 1819, l’autore di essi, Alessandro Di Meo, nel volume XII, pagina 225, così recita a proposito di Crepacuore: “Crepacuore o Crepacorda: casale-sobborgo di Troia. Ugone fu signore di esso. Nel 1132 fu occupato da Ruggero II, normanno.* Ora il villaggio è distrutto, che stava dove è la taverna a fonte di San Vito.” “Dai fratelli Basilio e Costantino, imperatori d’Oriente, fu assegnato, col territorio, alla città di Troia e per la giurisdizione ecclesiastica, a quella diocesi. Papa Alessandro II concesse questo sobborgo alla chiesa di Troia” (Arch. del Capitolo di Troia).

Ferdinand Chalandon, nella sua importante opera Histoire de la domination normande en Italie et in Sicilie”, parlando delle lotte di Ruggero II contro i baroni ribelli pugliesi, riferisce del suo accamparsi presso il castello di Crepacuore che dice trovarsi nei pressi della città di Troia. Sulle note riassuntive dell’indice dei nomi, però, molto probabilmente incorre in un errore di interpretazione dopo aver consultato le pagine del Di Meo, più su riportate integralmente e colloca il castello nei pressi della città di Taverna, una città in provincia di Avellino, ora non più esistente. Scrive infatti: “Crepacuore = Taverna ?”. Le parole del Di Meo, certamente mal interpretate sono le seguenti: “Ora il villaggio (Crepacuore sobborgo di Troia) è distrutto, che stava dove è la taverna a fonte San Vito” e cioè “il villaggio di Crepacuore era situato laddove ora (cioè ai tempi del Di
Meo) esiste una taverna colla sua fonte zampillante e la chiesa

*In realtà questa riferita dal Di Meo è una imprecisione, in quanto le fonti storiche non parlano di occupazione da parte di Ruggero II, ma solo di un castello nei pressi del quale Ruggero pose gli accampamenti. (Vedi la Storia di Ruggero II dell’abate telesino).
dedicata a San Vito”. Chalandon potrebbe aver confuso il termine taverna e aver scambiato il luogo di ristoro con il nome di una città.

Anche la studiosa inglese Dione Clementi, nel suo “Commento storico all’ Alexandri Telesini Abbatis Hystoria Rogerii regis
Sicilie, Calabrie atque Apulie”, interpretando male anch’essa le parole del Di Meo oppure attingendo le sue notizie direttamente
dall’opera di Ferdinand Chalandon, colloca il castello di Crepacuore nei pressi della città di Taverna, in provincia di Avellino. Di questa città in provincia di Avellino non si è riuscito ad avere nessuna notizia consultando le cronache medievali più su accennate. Si ha però notizia di una città chiamata anch’essa Taverna, che si trovava in Calabria e che nel 1161 fu distrutta da Guglielmo I il Malo, figlio e successore al trono di Ruggero II, nel corso della guerra tra il re e i baroni ribelli. Ma questa città, come si può ben dedurre, a causa della distanza eccessiva, non ha nulla a che vedere col castello di Taverna o di Crepacuore.

Anche nella fondamentale opera di Giuseppe De Blasis “La insurrezione pugliese e la conquista normanna nel secolo XI” nel parlare della lotta in corso tra Ruggero II contro il principe Roberto di Capua e il conte Rainolfo di Airola, viene citato il castello di Crevalcore nei pressi del quale si accampò il re Ruggiero. La sua ,comunque, è solo una citazione che viene tratta, quasi con certezza, dal libro dell’abate Telesino e non ci dice niente di nuovo.

COMMENTO

Alla luce di queste ricerche effettuate direttamente su fonti storiche del tempo e su altre posteriori, appaiono evidenti due fatti:
– nelle fonti storiche del tempo (Chronicon di Falcone Beneventano, Storia di Ruggero II dell’abate Telesino), si parla del castello di Crepacuore presso cui si accampò Ruggero II nel 1132, ma non viene riferita l’esatta collocazione del luogo.
– Nelle fonti storiche posteriori, la localizzazione del castello di Crepacuore è contrastata in quanto i Documenti Angioini localizzano il castello nei pressi di Troia, quindi in Puglia; Giuliano Passaro parla di un “castello di Buonalbergo” distrutto dai francesi di Carlo VIII nel 1496 “nelle Montagne di Crepacuore”; gli studiosi Dione Clementi e Ferdinand Chalandon localizzano invece il castello nei pressi di una città, Taverna, nelle vicinanze di Avellino.
Quale di queste tre ipotesi è quella più vicina alla realtà?
Certamente i Documenti Angioini e il Di Meo, che ad essi si è ispirato, sembrano essere quelli più vicini alla realtà e quindi il castello di Crepacuore dovrebbe essere quello situato nei pressi di Troia, lungo la via Traiana.
Gli studiosi D. Clementi e F. Chalandon non hanno supportato la loro ipotesi con documenti validi, dato che non hanno riportato nessuna citazione, ma, secondo una mia ipotesi, hanno mal interpretato le parole del Di Meo.
Resta perciò da valutare se le parole di Giuliano Passaro erano riferite o meno allo stesso castello di Crepacuore, nei pressi di Troia, o piuttosto a un altro castello, situato nelle montagne di Crepacuore, presso il quale si accampò Ruggero II e che non aveva nulla a che vedere con quello di Troia. Un caso di omonimia, dunque.
Ma perché questa ipotesi? Il dubbio è nato leggendo le pagine dell’abate Telesino che descrivono la lotta di Ruggero II con il conte Roberto di Capua.
L’analisi dei movimenti di re Ruggero, esaminati accuratamente nelle pagine precedenti nella descrizione dell’abate Telesino e la possibilità di uno scontro con l’esercito di Roberto di Capua che si era schierato a presidiare la Valle Caudina per impedire il passaggio del re Ruggero sulle sue terre onde proseguire per Roma a portare aiuto all’antipapa Anacleto II, dalla cui parte si era schierato, farebbero pensare che, per motivi strategici, il castello di Crepacuore nominato, potrebbe essere quello di Buonalbergo, più vicino, rispetto a quello di Troia, alla valle Caudina. Accamparsi infatti presso un castello (presso Troia) che distava almeno tre giorni o più di cammino dalla valle Caudina, (almeno un giorno o, forse, due in più rispetto a Buonalbergo), avrebbe comportato una perdita di tempo maggiore, per la necessità di comunicare, mediante ambasciatori, con il nemico per cercare di risolvere con la pace la questione e avrebbe ritardato anche la possibilità di controllare i movimenti di Roberto di Capua.
Questa eccessiva distanza, inoltre, contrasta con le parole di Alessandro Telesino quando dice:”il Principe e il conte Rainolfo , venuti a sapere che lui era così vicino, si accorgevano del fatto che veramente si affrettava contro di loro; perciò si preparavano con tutto il coraggio e tutte le forze a difendersi”.
Ora, se in linea d’aria tra Troia e Buonalbergo ci sono circa 40 chilometri, la distanza lungo una strada di allora poteva essere anche il doppio, se non ancora di più, e un esercito in procinto di attaccare e con dietro tutte le masserizie, anche se a cavallo, avrebbe percorso una distanza simile in più di una giornata o forse due, considerando anche le soste per far mangiare e bere i cavalli e per ristorare i soldati. Inoltre il fondo delle strade che, seppure consolari romane, erano ormai in disfacimento, avrebbero rallentato ulteriormente la marcia dell’esercito di re Ruggero. C’è ancora da aggiungere che un esercito in procinto di guerra non si sottopone a marce forzate per non rischiare di arrivare stanco sul luogo della battaglia.
Dopo aver mandato ambasciatori al principe Roberto affinché si unisse a lui contro i nemici di papa Anastasio II e lo accompagnasse a Roma, Ruggero, nella speranza che la sua richiesta venisse attesa, spostò l’accampamento da Crepacuore a Montecalvo per poter raggiungere, probabilmente, più rapidamente la valle Caudina senza passare per Benevento. Ciò, infatti, come poi realmente accadde, avrebbe comportato una maggior perdita di tempo in quanto Ruggero avrebbe dovuto inviare ambasciatori ai Rettori della città che, a sua volta, avrebbe dovuto riunire il consiglio dei notabili della città e del popolo e sottoporre ad essi la richiesta del Re. Al rifiuto di Roberto di Capua di accompagnarlo a Roma e di farlo passare per la valle Caudina, Ruggero II da Montecalvo si accampò nei pressi del castello di Paduli e inviò ambasciatori a Benevento affinché la città divenisse sua alleata. Alla richiesta del Re, il popolo, come abbiamo visto, si ribellò; scacciò dalla città il Rettore pontificio Crescenzo e l’arcivescovo Landolfo e concesse la sua alleanza a Roberto di Capua.
Anche le parole di Falcone Beneventano potrebbero far pensare che, pur senza nominarlo, il castello di Crepacuore potrebbe essere quello di Buonalbergo. Falcone, infatti, narra che re Ruggiero, assoggettata la città di Bari, scacciato Tancredi di Conversano dai suoi territori ed essendosene appropriato, riorganizzato “energicamente e ancor più alacremente l’esercito, si avvicinò ai confini beneventani”. I confini con la città erano situati, molto probabilmente, nella piana di San Valentino segnati dal fiume Calore e il castello di Paduli, con più a Sud quello di Apice, erano le ultime roccaforti normanne fedeli prima del ducato beneventano.

Nei Registri angioini sono presenti dei documenti che parlano del castello di Crepacuore. In uno di essi (archivio della Zecca; registri: lett. B, anno 1269, pag. 118) Carlo I d’Angiò ordina alle Università di Ariano e dei luoghi vicini di contribuire, con uomini e mezzi, alla ristrutturazione del castello di Crepacuore e insieme ai suoi soldati, di ostacolare le scorribande dei saraceni verso la Puglia. In questa ordinanza non viene indicata la localizzazione del castello. Nei paesi invitati a contribuire al restauro del castello (cioè Apice, Ariano, Montecalvo, Paduli, Flumeri, Vicum –Trevico?- con i suoi casali di Cripta e Ripalonga, San Severo –nei pressi di S. Giorgio La Molara-, Montefusco, Montemale, Pulcarenus –Villanova-, Montefalcone, Pietramaggiore, Castelfranco, Amandi -?-, Pietrelcina, Zuncoli) non viene preso in considerazione Buonalbergo e ciò è abbastanza strano in quanto con Ariano era stato senz’altro uno dei centri più importanti della zona e della contea stessa di Ariano tanto da sostituire, come risulta dal “Catalogo baronum”, la stessa Ariano a capo della contea sotto il regno dei figli di Ruggero II, Guglielmo I il Malo e poi Guglielmo II il Buono. Se, inoltre, osserviamo la disposizione di questi paesi su di una carta geografica, possiamo vedere che essi costituiscono quasi un anello intorno a Buonalbergo. Risulta pertanto perlomeno strano che per ristrutturare un castello, se questo dovesse essere il castello di Crepacuore nei pressi di Troia, siano stati invitati a questa opera di consolidamento non i paesi vicini ma paesi relativamente distanti. E’ vero che non ho conoscenze sulle condizioni economiche dei paesi della Puglia vicini al castello del sobborgo di Troia, è però almeno strano che una città come Troia, centro fiorente ed economicamente importante, almeno fino all’avvento degli Angioini, non fosse stata chiamata a contribuire alla ristrutturazione di un castello vicino e che, invece, per fare ciò siano stati chiamati paesi più distanti. Inoltre, aver rivolto l’ordinanza alle università di Ariano cui erano probabilmente collegati amministrativamente tutti gli altri paesi nominati, fa pensare che il castello di Crepacuore, fosse localizzato in un luogo sottoposto alla giurisdizione della contea di Ariano.

Paesi del circondario di Buonalbergo chiamati alla ristrutturazione del castello di Crepacuore.

In un altro documento dei Registri angioini, dal quale probabilmente il Di Meo ha tratto le informazioni riportate nei suoi “Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età”, schedato come Lettera C, foglio 61, anno 1365, ma che è precedente, Carlo d’Angiò concede ai duecento soldati provenzali che avevano partecipato all’assedio di Lucera (1269) e alla difesa di castel Crepacuore di alloggiare nel quasi disabitato casal Crepacuore attraversato dalla via Traiana. Qui rimasero fino al 1345.
Nemmeno in questo documento viene indicata l’esatta collocazione del castello anche se si può supporre che si trovasse nei pressi del casal Crepacuore, un sobborgo del castello, nei pressi di Troia, probabilmente abbandonato, in seguito alle ripetute incursioni saracene. Il Di Meo forse a conoscenza di altri documenti, alla pagina 225 del dodicesimo volume della sua opera, così recita a proposito di Crepacuore: “Crepacuore o Crepacorda, casale. Sobborgo di Troia”. E il castello, come viene precisato nella lettera C, foglio 61, doveva essere nei pressi di questo sobborgo.
I documenti riportati dal Di Meo sembrano essere abbastanza precisi e collocherebbero con certezza il castello di Crepacuore nei pressi di Troia.
Alla luce di queste ricerche, diventa a questo punto necessario chiedersi: ma il castello di Crepacuore è quello che si trovava nei pressi di Troia, come risulterebbe dai documenti Angioini, a circa 50 km. da Buonalbergo oppure era quello di Buonalbergo, come invece farebbero pensare sia le parole di Giuliano Passaro sia le considerazioni di tipo strategico-militare fatte sulla guerra tra Ruggero II e Roberto di Capua e sulla collocazione rispetto ai paesi che contribuirono alla sua ristrutturazione? Questa relativa vicinanza tra i due luoghi avrebbe potuto essere causa di confusione, oppure potevano essere due castelli diversi ma con la stessa denominazione legata forse a toponimi?
Sono, queste, domande che vanno ulteriormente approfondite perché, in realtà, i documenti analizzati risultano essere a volte certi, a volte indefiniti e quindi non del tutto sufficienti a dare una risposta accettabile e definitiva.
Ma la storia non si fa soltanto con il ritrovo di resti archeologici o di documenti scritti. Essa a volte si fa anche con le intuizioni e le supposizioni, come è avvenuto per il passato. Senza di esse, infatti, non si sarebbe potuto dare una continuità al cammino dell’uomo. Ma intuizioni e supposizioni devono, comunque, essere sempre legate alla realtà (analisi e studio del territorio, toponimi, linguistica, semantica) e non essere frutto della fantasia.
Il termine “Crepacuore” evoca un senso di angoscia, di paura, per cui il castello o i castelli dovevano trovarsi in un luogo angusto, tetro, che generava paura, batticuore o essere esso/i stesso/i, per la sua/loro struttura, posizione o per altre ragioni, causa di angoscia o di terrore. Esistono o esistevano, nelle zone dell’Appennino degradanti verso la Puglia, in particolare nei pressi di Troia, montagne o anfratti che potessero scatenare un senso di paura e di angoscia tali da attribuire il termine “Crepacuore” ad un posto determinato? Anche queste sono delle circostanze da indagare più a fondo. Riferendoci però al castello situato nei pressi di Troia, il termine Crepacuore potrebbe anche essere collegato alla paura causata ai suoi abitanti dalle ripetute incursioni saracene e non, come potrebbe essere per il castello di Buonalbergo, a una collocazione ambientale.
Ma se il castello di Crepacuore non è quello di Buonalbergo, quale dei due castelli di Buonalbergo potrebbe essere quello localizzato nelle montagne di “Crepacuore”: il castello di Montegiove, situato a nord, sulla parte più alta di Monte Chiodi, oppure il cosiddetto castello di Boemondo, nella parte sud del paese?
Se osserviamo il posto che i due siti occupano e volgiamo intorno lo sguardo, appare subito chiaro che il castello di Montegiove, in posizione preminente, dominava dall’alto la vallata del fiume Miscano in direzione sud, la valle di Benevento a ovest, fino ai piedi del monte Taburno, la strada che lungo il Tratturo e le colline circostanti degradanti portava verso la Puglia a est. A nord, un’ampia vallata lo separava dal monte la Guardia, poco più alto. Il castello di Montegiove, perciò, occupava una posizione ariosa dalla quale dominava, tranne che a nord, tutte le vallate circostanti. Pertanto questo luogo e le colline intorno, non destavano, nè destano, una sensazione di angoscia e di paura, quindi non doveva essere questo il luogo del castello di Crepacuore.
Un discorso a parte e più ampio occorre, invece, fare riguardo al sito del castello di Boemondo.
Situato in una posizione più a sud, il castello nacque, probabilmente , in epoca longobarda come punto di osservazione, postazione strategica per controllare il traffico che si svolgeva lungo la via Traiana. Fu, però, con l’arrivo dei Normanni che il castello si sviluppò in tutta la sua grandezza, assumendo l’aspetto di un vero fortilizio, cinto di mura, con le torri, il ponte levatoio e probabilmente, il fossato tutt’intorno pieno d’acqua.
Il castello di Boemondo poteva avere queste caratteristiche?
Nel Chronicon Casinensis di Leone Ostiense, continuato poi da Paolo Diacono, il Locus Alipergus viene così descritto:” Edificato sopra una eminente roccia calcarea che sorge a picco per oltre cento metri su di un torrente precipitoso e profondo, era, per il sito stesso, un possente fortilizio.”

“La descrizione corrisponde esattamente ai luoghi dove si tramanda esistesse il “castello”, un imponente picco che nasce dal torrente Santo Spirito che, in quel punto e lungo tutto il suo corso, si presenta “precipitoso e profondo”. A levante, sull’altra sponda del torrente, si eleva una barriera di rocce ripide che serrava il castello in una difesa naturale. La zona conserva ancora oggi il nome “le Serre”: Alle spalle del fortilizio alcune alture salivano molto rapidamente fino a “monte Chiuovi”. Ad ovest, dove il declivio si fa più dolce, valloni e valloncelli costituivano tanti trinceramenti di protezione che, unendosi a sud col torrente principale, chiudevano interamente la linea difensiva. Questa fortezza pertanto era quasi inespugnabile”:* E la conferma di ciò ce la da il Sanuto nei suoi “Diari”, in cui, parlando dell’assedio di Buonalbergo da parte delle truppe francesi di Carlo VIII, nell’Aprile 1495, riferisce che esso non fu, come si sperava, una semplice passeggiata militare in quanto Buonalbergo era “locho forte la rocha et fede di homini” , cioè la conquista del paese da parte dei francesi non fu facile né rapida sia per la posizione favorevole dello stesso, sia per la strenua difesa che opposero i buonalberghesi.
Questi riscontri dalle fonti storiche fanno ritenere verosimile l’ipotesi che il castello distrutto dai francesi sia stato quello di Boemondo e non quello di Montegiove..

* Feliciano M,.Scocca A.. Buonalbergo: anno 1000. La Nuova Cultura ed. – Napoli 1988
Ma quale poteva essere la struttura del territorio intorno al castello circa mille anni fa?
Andiamo con la mente indietro nel tempo e immaginiamo la zona senza la strada statale 90 bis, senza il ponte Santo Spirito e senza l’agglomerato urbano di Buonalbergo. Lo studio oro-idro-geologico del luogo, evidenzia una divisione dello stesso in due parti, quasi perpendicolari tra loro, in senso nord-sud e in senso est-ovest.

Disegno della regione antistante la collina del castello

La prima divisione si attua, da nord a sud, ad opera del letto del torrente Santo Spirito che con la sua sponda destra lambisce il monte San Silvestro e la parte est del rilievo su cui era situato il castello, mentre con la sponda sinistra tocca il complesso collinare delle Serre che, nel loro declinare verso la valle del fiume Miscano, presentano un brusco rialzo costituito da un massiccio di granito che, bruscamente, si spinge verso il basso e sprofonda ripidamente fino alla sponda sinistra del torrente Santo Spirito, “ind’a lo Rulo de l’Infierno”. La seconda divisione del luogo, in senso est-ovest, si evidenzia osservando bene il tratto di strada che attualmente dal ponte prosegue verso via Luigi Perrelli e quindi verso il Carmine. Si può notare che per permettere alla strada statale 90 bis di poter continuare oltre il ponte, verso ovest, parte della conca tra monte san Silvestro e la collina del castello di Boemondo potrebbe essere stata riempita con terra e sassi (da una frana o, più probabilmente, per opera umana, forse per la costruzione del ponte Santo Spirito), mentre la parte declive del monte San Silvestro, verso ovest, è stata scavata per costruire la via Luigi Perrelli . Il tratto scosceso del monte, visibile tuttora, continua, oltre via Perrelli, nell’attuale territorio dei Fiorino, una volta “abbascio addò Rocco”, verso la piana delle “Spine Sante” per poi tornare a scendere fino al fiume Miscano.
Questa situazione territoriale potrebbe far pensare che un tempo il torrente Santo Spirito avrebbe potuto dividersi e girare intorno alla collina dov’era situato il castello potendone costituire il fossato, ricongiungendosi, poi, verso il lato sud, con l’asse dell’attuale letto del torrente.
Questa ipotesi potrebbe essere confortata dall’osservazione del profilo della parte sud del monte San Silvestro che, subito prima del punto in cui incrocia l’arcata maggiore del ponte, presenta una rientranza sinuosa che diventa ben evidente e che raggiunge la massima rientranza nel punto che corrisponde alla prima curva del ponte dove, sulla destra, iniziano le abitazioni (la casa e la macelleria di Pasquale Marinaro di un tempo, oggi vicino al negozio di Annita, suocera dell’attuale sindaco Fernando D’Aloia). Di fronte al bar Miele, il profilo del monte presenta una sporgenza, corrispondente alla curva che porta a Piazza Castello e da cui inizia Via Luigi Perrelli. Ma guardandosi bene intorno, il profilo del monte San Silvestro si trasforma nel costone che poi porta alle “Spine Sante”, essendo la via Luigi Perrelli, scavata lungo le pendici del monte. E tra il lato ovest della collina del castello e questa parte del monte, esiste una ripida discesa che prosegue nel pendio sud della collina del castello e che portava al frantoio De Juliis. Proprio in questa sorta di canalone avrebbe potuto scorrere l’altro ramo supposto del torrente Santo Spirito.
Se, inoltre, si osserva la foto della veduta aerea del paese, si può notare che il torrente Santo Spirito si evidenzia come un canalone che scende obliquamente da nord verso nord-ovest e che dopo aver formato una conca a cul di sacco sulla parete di nord-est del fianco della collina, devia con un angolo superiore ai 90° verso sud-est.
Il cul di sacco dà l’impressione di essere quasi una biforcazione del torrente che però si ferma sul fianco eroso della collina del castello. Non è possibile seguire oltre l’eventuale corso del torrente, ma mille anni e il terreno franoso potrebbero aver distrutto ogni traccia di esso.
Circa la denominazione del luogo, montagne di Crepacuore, secondo la definizione del Passaro, per raggiungere il castello doveva esistere una strada pedemontana, proveniente dalla via Traiana, dalla quale, guardando verso l’alto, in particolare dalla strettoia de “lo rulo de l’Infierno”, si poteva vivere una sensazione di angoscia o paura e quindi da ciò quella sensazione di “crepacuore” che poi potrebbe essere stata attribuita alle alture del luogo. E coloro che sono stati a “lo Rulo de l’Infierno” conoscono bene la sensazione che si prova percorrendo questi luoghi guardando verso l’alto. E anche guardando dall’alto, dalla roccia del “monumento ai caduti” verso il basso, verso lo “sprofunno”, si prova paura, vertigine e angoscia, per cui si spiega il perché del nome “Rulo de l’infierno” dato a questo sito, un tempo sede della spiaggia di Buonalbergo, ma frequentato solo da esperti nuotatori per la difficoltà di raggiungere il posto, la profondità dello specchio d’acqua e l’acqua gelida, perché laggiù il sole si vedeva poco.
Potevano quindi essere queste quelle montagne di Crepacuore di cui si parla nei “Giornali” del Passaro e il Castello di Boemondo quel castello distrutto dai francesi di Carlo VIII nel 1496, anche in considerazione del fatto che le orde francesi provenivano dall’Irpinia (Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Guardia dei Lombardi) e quindi il suddetto castello si incontrava per primo lungo il loro tragitto e che il castello di Montegiove, già distrutto dal duca Guglielmo nel 1122 nella lotta contro Giordano, conte di Ariano, discendente di Gerardo di Buonalbergo, era nuovamente stato raso al suolo, nel 1485, cioè circa nove anni prima che arrivasse Carlo VIII, da milizie spagnole, aragonesi, e poteva trovarsi ancora in rifacimento, se non già definitivamente distrutto.

CONCLUSIONI

Che quella svolta sia o no considerata una ricerca di un certo interesse, non sta a me dirlo. Ho cercato di essere scientifico, di fare delle considerazioni più o meno realistiche su fonti storiche antiche e meno antiche, riportando documenti o passi di questo o quel libro per mettere il lettore direttamente a confronto con quanto espresso dai vari autori e da me considerato.
E’ stata comunque una opportunità per andare in biblioteca e cercare, in questo o quel volume, qualcosa che ritenevo interessante per la ricerca. E’ stato un tuffo nel passato, nelle fonti dirette della storia, nelle capacità descrittive e di far cronaca di persone che , con le loro opere, hanno permesso al mondo di conoscere avvenimenti e uomini che hanno posto le fondamenta per la costruzione degli stati moderni.
Il Medioevo, considerato un periodo di decadenza e oscurantismo, è invece il momento della rinascita dello Spirito, della cultura, dell’arte, delle potenzialità dell’uomo. Il crollo dell’Impero di Roma portò a una disgregazione politica e morale dell’Europa, ma diede impulsi nuovi. Le invasioni barbariche e i regni romano-germanici che si sostituirono all’Impero, portarono venti nuovi che, sotto l’influsso della romanità sempre viva e della spiritualità della chiesa cattolica, fusero la loro cultura e le loro religioni con la cultura e la religione italica. Si è trattato di un “cataclisma” profondo che ha modificato non solo l’assetto politico di un’area compresa tra la Libia e la Scozia e tra la Jugoslavia e il Portogallo, ma che ha coinvolto tutti gli aspetti della vita sociale, economica, amministrativa e culturale di queste regioni. In meno di un secolo, tutte queste regioni, unite politicamente da almeno trecento anni, si trovarono spezzate in tanti stati, dominati da gente entrata, armi in pugno, nelle terre dell’Impero dopo lunghe migrazioni fra Asia ed Europa dell’Est, senza aver mai sperimentato prima alcun tipo di vita organizzata in modo stanziale e in forme statali simili, in qualche modo a quelle romane, né aver mai conosciuto la cultura scritta, né aver mai prodotto insediamenti di tipo urbano. Popoli diversi per lingua e religione, strutture familiari e tradizioni locali. Il loro arrivo all’interno dell’Impero, ha determinato un cambiamento radicale di prospettive anche per le popolazioni che vi risiedevano e che furono sottomesse militarmente dai nuovi venuti. Questi popoli, molto diversi anche tra loro, ebbero atteggiamenti diversi rispetto al mondo romano che andavano a conquistare.
Alcuni avevano ricevuto in qualche modo l’influsso della cultura romana poiché vivevano ai confini dell’Impero e avevano stabilito dei traffici commerciali con esso o avevano prestato uomini alle armate imperiali che dal III secolo in poi se ne servivano sempre più spesso.
Altri subirono quest’influsso solo dopo che riuscirono a penetrare con le armi nei confini dell’Impero.
Nella sua agonia, l’Impero di Roma portò a morire anche le antiche società tribali dei popoli invasori. Tutti questi aspetti, complessivamente, compongono un mosaico storico affascinante, complesso e anche drammatico. Questo cataclisma storico, si è trasmesso nel DNA dell’Occidente fino ai nostri giorni e si cela ancora tra le pieghe delle inquietudini di un’ Europa ricca e intenta a disegnare il proprio problematico futuro di convivenza con un mondo circostante (Asia, Africa, Vicino oriente), “extra-comunitario” che ci vede molto spesso come dominatori invidiati e odiati, da un orizzonte di povertà e disperazione.

Questa ricerca, inoltre, mi ha dato l’opportunità di tuffarmi nel passato per ricostruire la storia dei castelli, dalle origini fino a che divennero tali, e a ripercorrere con la mente le storie di cavalieri, di duelli e di principesse che mio padre si inventava quando, da piccolo, mi portava “’ngopp’a lo castiello” a curiosare tra le macerie del castello di Boemondo e che, grazie alle sue parole e alla mia fantasia, rivivevano come fossero vere.

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