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L’uomo, grazie alla sua capacità di produrre manufatti, ha sviluppato strumenti e tecniche di difesa/offesa, contrariamente a tutti gli altri esseri viventi, anche "esterne" al proprio corpo (le gambe sono sicuramente uno strumento di difesa in quanto permettono la fuga).
La capacità, da parte dell’uomo, di creare strumenti per difendersi dalle belve o dai suoi simili sono certamente universalmente riconosciuti. Altra caratteristica dell’uomo è quella di aver sviluppato tecniche e strumenti di difesa/offesa collettiva.
Per quanto l’evoluzione di singoli popoli e di culture abbia portato a gradi diversi di perfezionamento delle tecniche e della tecnologia militare, a modalità diverse di svolgimento dei conflitti, si può affermare che lo sviluppo ha avuto un carattere lineare. Per esempio in qualsiasi cultura è presente uno strumento da lancio utilizzato sia per la caccia che per la guerra: ad esempio il boomerang in Australia, l’arco con le frecce in moltissime culture (i Pigmei in Africa ovvero in Cina, in Europa), l’atl-atl in centro America.
Allo stesso modo sono universalmente presenti sistemi di difesa passiva: ripari naturali quali rocce o alberi e ripari artificiali come muri, rialzi etc.
Ad un certo punto, però, la civiltà occidentale (Mediterranea) ha prodotto un punto di rottura; tale rottura è dovuta all’introduzione di nuovi strumenti e tecniche di guerra: il fuoco greco, le macchine da guerra (incluse le mine di invenzione mediorientale) ed infine le armi da fuoco.
A fronte di una evoluzione che si muove di pari passo con l’evoluzione millenaria dell’uomo (si potrebbe forse dire "biologica") l’introduzione di quelle nuove tecniche "sconvolge" i modi di offendere e di difendere nel giro di pochi secoli.
Il passaggio è avvenuto nel Medioevo ed ha aperto la strada, all'esplosione, nel XVI secolo, di tecniche e tecnologie di guerra sempre più raffinate, che si sono vieppiù evolute, fino ai nostri giorni.
- L’architettura militare quale fenomeno sociale
Se un importante aspetto dell’architettura in genere è il suo legame con la società che l’ha prodotto (come, d’altra parte, ogni manufatto costituisce la cultura materiale di un popolo), forse ancor di più lo è l’architettura militare.
Nella realizzazione di opere di difesa, efficaci o meno, sono in gioco la vita stessa di un gruppo umano e sociale e della sua cultura. Una società sicuramente presta maggiore attenzione alla propria difesa dall’esterno nei periodi di crisi, interna o esterna. In un saggio pubblicato in "Normanni, popolo d’Europa", Joseph Decaens sottolinea come tra il X ed il XIII secolo si assista ad un fenomeno di realizzazione di residenze fortificate, dovuto essenzialmente alla scarsa forza di una Autorità Pubblica che potesse garantire la stabilità sociale, all’interno, e la difesa da nemici esterni.
Tale fenomeno si attenua a partire dal XIII secolo in quanto si ha una ripresa del potere centrale che impedisce fenomeni di frammentazione del controllo sul territorio e sulle popolazioni.
Il fenomeno che prende il nome di rivoluzione castrense, anche se assume sfumature differenti in Francia rispetto all’Italia, ha carattere di vera e propria rivoluzione, a partire dal X secolo. Si tratta della realizzazione di opere di difesa ed utilità collettiva, spesso riattando manufatti esistenti, adattandoli alle esigenze degli utilizzatori.
La realizzazione, in questo periodo di castra, luoghi fortificati che includevano anche ampie porzioni di territorio libere da edifici e quindi coltivabili, trova sicuramente riscontro nell’area a cavallo tra la Campania e la Puglia; qui le strade consolari romane, la via Appia e la via Traiana, i Tratturi e le valli dei fiumi costituivano passaggi obbligati per le popolazioni di conquistatori che giungevano dal nord; da quelle popolazioni le genti autoctone si difendevano ritirandosi sulle alture, in zone più facilmente difendibili. Si assiste dunque, alla realizzazione di numerosi centri abitati sulle alture.
Lungo la via Traiana, per esempio, sulla valle del Miscano nascono i centri di Montemalo, di Alipergo; sul Regio Tratturo sorge Monte Giove (per anni identificato, erroneamente, da studiosi locali con la Cluvia di Tito Livio; comunque, pur sempre un insediamento italico riutilizzato).
- Evoluzione del castellum – feudalesimo
L’evoluzione architettonica del castello si muove di pari passo con lo sviluppo del sistema feudale. Il luogo d’origine e di diffusione del feudalesimo europeo fu sicuramente la Francia e più specificamente la Normandia.
Parallelamente l’affermazione tangibile dei diritti di possesso su un certo territorio era rappresentato dal castellum, residenza del feudatario ed allo stesso tempo luogo in cui il feudatario si difende con la sua gente, non solo dai nemici esterni ma anche dai propri sudditi.
Questo fenomeno è ben evidente nei territori di conquista da parte dei signori normanni (Inghilterra e Italia meridionale), ove i centri abitati conquistati venivano muniti di castellum da parte dei feudatari; ma questo castello veniva edificato in una zona periferica dell’abitato e, possibilmente, in punto dominante rispetto all’abitato stesso. Tutto ciò al fine di difendersi dalla popolazione autoctona, sicuramente più numerosa dei conquistatori. Esempio di questa modalità di insediamento lo si può riscontrare a Casalbore, in provincia di Avellino, dove il castello è ubicato nel punto più alto dell’abitato, e la torre addirittura ingloba la porta d’accesso alla corte del castello; a sua volta il castello è "diviso" dall’abitato da una porta.
E’ chiaro come la presenza di una ulteriore chiusura del castello verso l’abitato non può trovare altre spiegazioni se non in quello che si è precedentemente detto: la necessità di difendersi da possibili rivolte della popolazione sottomessa.
Gli archetipi delle fortificazioni normanne sono la motta e la recinzione.
La motta è un accumulo artificiale di terra, alla cui base è un fossato, dallo scavo del quale si è ricavato il terreno per la realizzazione della motta stessa. La forma della motta è per lo più circolare; per quanto riguarda le dimensioni, queste possono essere molto variabili.
La recinzione è uno spesso muro di terra e legno, anch’essa circondata da fossato.
La motta non trova precedenti nell’architettura anteriore; è possibile che tragga la sua origine dalla curtis, intorno alla quale viene realizzato un fossato ed il cui livello viene elevato al fine di renderla dominante sul livello di campagna circostante.
La superficie sopraelevata accoglieva le costruzioni, in legno, degli abitatori e che avevano funzione militare e civile. L’edificio principale della motta era la torre – residenza del signore (dominarum = casa del dominus da cui donjon). Naturalmente l’uso dei materiali nei luoghi di origine, dovuto alla facilità di reperimento, si adatta ai luoghi ed alle tecniche costruttive autoctone, in cui quel tipo di insediamento viene esportato dai signori normanni; quindi si realizzeranno torri (donjons) in materiale lapideo.
In qualsiasi tipo di cultura, intesa in senso antropologico, il modo di abitare rispecchia, in modo fedele, l’ordinamento sociale della popolazione ed i rapporti che intercorrono tra i diversi individui.
In virtù di questo principio, universalmente diffuso e quindi applicabile a qualsiasi tipo di società, di cultura e di periodo storico, è possibile considerare l’organizzazione dei centri abitati medioevali.
Qui è spiccatamente evidenziata la posizione del palazzo del signore feudale che occupa la posizione predominante nell’abitato. L’andamento stradale è la manifestazione più evidente di tale ordinamento sociale, infatti le strade ad andamento concentrico hanno come riferimento il palazzo del feudatario, come anche le strade radiali si dipartono dal centro dell’abitato.
I mutati rapporti esistenti all’interno della società, quali la nascita di una forte classe borghese, e la mutata "arte della guerra", nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento si sono, con grande evidenza, manifestati anche nell’assetto urbanistico dei centri abitati.
La nuova classe borghese, costituita dai commercianti, dai banchieri e dagli artigiani non hanno punti di riferimento sociale in un unico Signore, ma si riconoscono in sotto - classi sociali omogenee, e ciò si manifesta anche per quanto riguarda la posizione occupata in ambito urbano.
Di pari importanza, se non maggiore, per quanto riguarda l’assetto urbanistico, sono le mutate tecniche di difesa in funzione della completa trasformazione che subiscono gli armamenti e quindi le tecniche di combattimento.
Nel Rinascimento, infatti, non basta più evitare che il nemico dia la scalata alle mura per penetrare nell’abitato, (solo in quel momento possibile lo scontro, "corpo a corpo"), in quanto le armi da fuoco permettono di offendere e di difendersi a distanza ; quindi le strutture difensive assumono forme fino a quel momento assolutamente inedite ed all’uopo studiate.
I maggiori "ingegni" di quel periodo si occuparono dello studio di nuove forme, basti, ad esempio, citare Leonardo da Vinci e Francesco di Giorgio.
In questo "clima" nascono i progetti delle "città ideali", che sono la chiara esemplificazione di quanto suddetto: alcune di quelle città, oltre ad essere solo progettate, furono anche realizzate; splendidi esempi sono le note Palmanova (UD), Granmichele (CT).

Il borgo fortificato di Acaya. |
Altro esempio, meno noto ma pur sempre di grande interesse, è Acaya (LE), progettata e fatta realizzare dal Principe Giangiacomo dell’Acaya, ingegnere militare del Viceregno di Napoli negli anni ’30 - ’40 del 1500, a cui si deve l’ideazione e la realizzazione di opere come il Castel Sant’Elmo a Napoli, il forte di Carlo V a Capua, il Castello di Lecce. Ulteriori evoluzioni si ebbero nel 1700 e nel 1800, quando venne a mancare la necessità di mantenere efficienti dette strutture di difesa in virtù di un consolidamento politico a livello europeo, per cui era necessario difendere solo i confini dei grandi Stati; pertanto, negli abitati lontani dalle zone di frontiera, si utilizzarono le aree precedentemente utilizzate per strutture difensive come i bastioni o le fasce di rispetto delle fortificazioni. Comunque, anche in questo caso, l’occupazione di quelle aree non è casuale, ma è indice della struttura sociale: vengono "assegnate" agli ordini religiosi o alle famiglie nobili della città, nel 1700, mentre vengono trasformate in aree verdi nel 1800. |
- La Terra di Buonalbergo prima del 1496 – 1515
Nel Catalogo dei Baroni si ha, forse, la prima testimonianza del nome moderno del paese riportata in un documento ufficiale.
In documenti precedenti, intorno all’anno mille, lo si trova citato come "loco Alipergo" o solamente "Alipergo".
Un recente studio di un glottologo ha posto in evidenza il fatto che il nome moderno di Buonalbergo potrebbe avere una doppia derivazione, una dialettale (il nome dialettale è Buoniprieolo) di derivazione molto antica, dalla lingua osca; l’altra medioevale e quindi da lingue germaniche. Il significato osco del termine dovrebbe indicare un luogo preminente, un poggio (come nel termine latino pergula).
Il nome Buonalbergo potrebbe essere sempre un nome composto in cui Alipergo (il nome medioevale) deriva da Hari Berg (= rifugio per l’esercito). Riveste, dunque, grande importanza il toponimo e la sua esatta interpretazione ed origine in quanto fornisce importanti indicazioni sui primi abitatori della rocca, su uno sperone a valle del monte S. Silvestro: si dovrebbe trattare di un fortilizio longobardo prima e castello normanno poi, ubicato su quel roccione che oggi viene indicato come "lo Castiello" (il Castello) con il relativo abitato ai suoi piedi. Ma non è improbabile che lo stesso luogo fosse già utilizzato in passato da antichi abitatori italici.
Cosa certa è che questo "loco" ha fornito uomini per la conquista della Terra Santa e tra questi
uomini, primo fra tutti, Boemondo I da Buonalbergo, figlio di Alberada e Roberto il Guiscardo,
insignito del titolo di principe di Antiochia.
Non si può, d’altra parte, mettere in secondo piano il fatto che nell’attuale territorio di Buonalbergo fosse ubicato un secondo castello, con relativo abitato, nella stessa epoca dell’altro, sul Monte Chiodo, conosciuto come Feudo di Monte Giove e distrutto nel 1122 da Guglielmo, Duca di Puglia.
Questo fatto potrebbe essere significativo poiché è probabile che la popolazione di quel feudo, a seguito della distruzione, sia, almeno in parte, confluita verso l’abitato più a valle, e quindi ne sia diventata parte integrante.
Fatto certo, allo stato della ricerca, mancando la consultazione di eventuali documenti che possano far luce sull’abitato medioevale di Alipergo e non essendo mai stato avviato uno scavo archeologico, è che detto abitato fu distrutto nel 1495 - 96 durante la "discesa" in Italia dell’Imperatore Carlo VIII e, forse, in parte rovinato a seguito di eventi sismici e frane.
Sicuramente a seguito di questi eventi il paese fu riedificato immediatamente a monte del vecchio abitato e ne è prova una risoluzione della Consulta della Regia Camera su domanda di Alfonso de Guevara, signore di Buonalbergo, nell’anno 1515, che esimeva dal pagamento dei tributi i cittadini del paese, visto il forte impegno economico per la ricostruzione dell’abitato.
Purtroppo, tale documento, è andato perduto e ne restano solo le citazioni degli storici del ‘700
e dell’800, i quali ce ne trasmettono il contenuto.
- La lapide della "prima domus"
"PRIMA DOMUS HAEC FACTA FUIT A DONNO NICOLAO PRELLE IN HOC OPPIDO BONIALBERGI A. D. 1525"
Il punto di partenza per lo studio storico - urbanistico di Buonalbergo deve necessariamente prendere le mosse da quello che può considerarsi il documento di maggiore importanza in questo senso, cioè la cosiddetta "lapide della prima domus". Questa lapide, infatti ci fornisce informazioni dirette e "di prima mano" sull’edificazione del nuovo abitato di Buonalbergo: se la "prima domus" fu edificata nel 1525 bisogna considerare questa come la data della reale edificazione del paese, almeno dell’abitato "civile".
Altra informazione che ci fornisce la lapide è sul costruttore di questa casa, cioè "donno Nicolao Prelle": si tratta di Nicola Perrelli, membro cioè di una delle famiglie che a partire dalla metà del 1400 ha legato il proprio nome alla storia del paese.
Da una breve pubblicazione del 1976 realizzata da un membro di quella famiglia si ricavano interessanti informazioni (anche se spesso non supportate da prove scientifiche o fonti documentarie). Tra queste la più interessante per lo studio dell’evoluzione storico – urbanistica del paese è quella relativa alla costruzione di un fabbricato, nei pressi della prima domus, negli anni 1470/1480.
Ma se queste possono apparire come informazioni di maggiore importanza, in realtà la notizia più importante e che per molti anni è passata inosservata e scarsamente compresa, è quella che ci indica il luogo in cui la "prima domus" fu edificata : "in hoc oppido" .
Il termine oppido è senza ombra di dubbio indicativo di un particolare tipo di organizzazione dell’insediamento urbano, cioè della cittadella fortificata.
Se ne potrebbe, quindi, desumere, che nei primi decenni del 1500 il nuovo abitato di Buonalbergo fu realizzato secondo schemi tipici delle cittadelle fortificate cinquecentesche.
Altra informazione, che forse riveste pari importanza della precedente e che si può desumere dall’iscrizione, è che la edificazione avvenuta nel 1525 fu della "prima domus", cioè della prima casa di civile abitazione, ma all’interno di un "oppido" già esistente; infatti il termine "..hoc" indica chiaramente il fatto che la nuova domus è stata inserita in "questo" oppido.
Si può notare, inoltre, che vi è contrasto tra i termini oppido e domus in quanto il primo ha connotazione "militare" mentre il secondo ha certamente carattere "civile". Questo porta ad una considerazione ulteriore, cioè che la prima domus sia stata inserita, in una cittadella militare quando quest’ultima aveva perso ormai la propria funzione peculiare ed era stata "aperta" alla popolazione civile affinché questa abitasse le case prima utilizzate dalla guarnigione e, nel caso di famiglie più abbienti, le realizzassero ex-novo.
- Vitale, Giustiniani, Rizzi Zannoni
Importanti informazioni sulla struttura urbanistica dell’abitato si possono trarre dalla lettura di storici quale Tommaso Vitale e geografi come Lorenzo Giustiniani, nonché dalla osservazione di cartografia, come la carta geografica detta Rizzi Zannoni.

Buonalbergo nella "Tavola" Rizzi-Zannoni |
Tommaso Vitale nel suo "Storia della Regia Città di Ariano e sua Diocesi" dedica un capitolo a Buonalbergo; di grande importanza per la ricostruzione storico urbanistica del paese è la descrizione che dà delle fortificazioni e delle porte urbiche, le quali però già a fine settecento non sono altro che un ricordo. L’importanza che il "Dizionario Geografico del Regno di Napoli" di Lorenzo Giustiniani riveste ai fini della nostra ricerca è dato più dai riferimenti documentari che dalle notizie che in esso vengono riportate. Risulta chiaro, da una lettura sinottica dei testi del Vitale e del Giustiniani, che le notizie riportate dal secondo non sono di prima mano. Al contrario, i riferimenti documentari in nota sono di grande importanza e primo fra tutti è il sopra citato documento del 1515 relativo alla esenzione dai tributi per due anni da parte degli abitanti di Buonalbergo, esenzione sancita dalla Consulta della Regia Camera su richiesta del signore di Buonalbergo, Don Alfonso Guevara.
Purtroppo questo documento, che viene attribuito all’Archivio di Stato di Napoli, è introvabile e pare sia andato distrutto. Comunque è di grande importanza conoscerne il contenuto e l’anno di redazione: esso infatti definisce, insieme alla "lapide della prima domus" un altro punto temporale fermo nei primi anni di sviluppo del nuovo abitato di Buonalbergo.
Un altro documento, seppur di secondaria importanza ed anch’esso sicuramente non di prima mano, è la tavola Rizzi-Zannoni, nella quale è interessante notare, però, come il paese sia rappresentato come costituito da due nuclei ben distinti e separati da uno spazio non edificato: il paese di Buonalbergo con una struttura ed andamento viario molto regolari ed il nucleo del Casale, con una forma non regolare. |
- La struttura urbanistica attuale

Fotografia aerea del centro storico con l’indicazione dell’ipotesi di struttura difensiva e viabilità principale |
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La forma regolare che si legge nella planimetria del paese della Tavola Rizzi Zannoni per quanto imprecisa ed a scala troppo grande per essere considerata come una vera planimetria del paese, ne rappresenta la reale forma.
L’attuale struttura urbanistica è da considerare un documento molto importante per la comprensione dello sviluppo storico ed anche per la comprensione degli altri documenti di cui si diceva sopra. Naturalmente, quando si parla di struttura urbanistica attuale, si fa riferimento alla situazione anteriore al 1962 o ancora meglio alla situazione agli inizi del 1900, situazione ancora ricostruibile abbastanza facilmente, sia con l’ausilio delle planimetrie catastali sia con fotografie (panoramiche o scorci), e che si può assumere come base per lo studio storico urbanistico del paese.
La struttura urbanistica è dunque il documento più importante: la sua importanza è dovuta al fatto che, contrariamente agli altri documenti, esso è in continua evoluzione e riscrizione, ove, però, difficilmente vengono cancellati i segni precedenti; essi vengono piuttosto affiancati, coperti, resi più labili o più evidenti, ma mai eliminati completamente.
Proprio dalla lettura di questo importantissimo testo, con l’aiuto di indicazioni desunte da altre fonti, è possibile tentare la ricostruzione dell’evoluzione urbana e quindi tentare di ipotizzarne la forma originaria.
Senz’altro il "segno" più evidente, ancora ben conservato nel nucleo di Santjanni, è l’andamento degli assi viarii: essi hanno andamento nord - sud ed est - ovest, definendo dei grossi isolati di forma regolare.
Da una lettura più approfondita ed attenta si nota l’esistenza di altre "linee", parallele alle strade, con andamento, anch’esse nord - sud ed est - ovest, rappresentate da tratti di "scoline" tra edifici o di brevi tratti di strade, all’interno degli isolati, spesso interrotte, ma che riprendono sotto forma di pozzi di luce o di cortili. Inoltre la posizione di quelle "linee" non è casuale, al contrario è regolare e si ripete in tutti gli isolati.
Ad una osservazione più attenta si noterà come anche nel nucleo di Terra Vecchia si ripete lo stesso schema di assi viarii con andamento nord - sud ed est - ovest; qui, però, non vi è più la scansione netta degli isolati, o forse non è più leggibile così chiaramente come nel nucleo di Santjanni.
Infine, dalla osservazione di fotografie aeree del centro storico, sia recente, ma soprattutto di una rara fotografia degli anni trenta, si nota come l’intero nucleo urbano antico sia molto compatto e con il lato ovest dell’abitato molto ben definito, con una demarcazione tra il costruito e la campagna definita da tratti rettilinei ed aventi estensione superiore al singolo isolato.
Al contrario il bordo verso est (verso il vallone del torrente S. Spirito) risulta irregolare, ma ciò è certamente dovuto all’improvviso mutamento di pendenza del terreno che diviene improvvisamente molto scosceso ed inaccessibile.
- La struttura degli edifici
Spostando l’osservazione dai caratteri urbanistici generali ai singoli isolati ed ancora più in profondità ai singoli edifici, con i loro caratteri tipologici, i loro elementi strutturali ed infine le tecniche utilizzate per la loro realizzazione, si possono trarre ulteriori informazioni di grande interesse.
Una prima osservazione è riservata alla corrispondenza biunivoca che esiste tra le "linee" all’interno dei grossi isolati e l’assenza, in corrispondenza di esse, di orizzontamenti, al piano terreno dei fabbricati, costituiti da volte in pietra; qui, si trova, al posto delle volte, l’utilizzo di solai in legno.
Altro indizio è il fatto che, nei casi suddetti, vi sia la mancanza di muri longitudinali portanti propri, appoggiando i solai sui muri dei fabbricati contigui e sui setti trasversali (solitamente tre: uno di facciata, uno centrale ed uno di "spalla", prospettante sull’ambitus, cioè sulla "linea" o "taglio" interno all’isolato).
Nel caso in cui si riscontra la realizzazione di volte in pietra, queste hanno andamento opposto a quello prevalente dell’isolato, o adottano soluzioni a crociera (documentata nel fabbricato tra le vie Rocciaforte, del Popolo e vico IV S. Giovanni); inoltre la qualità della muratura di più recente fattura è più scadente essendo composta da piccole scaglie di pietra e laterizi, con una malta meno coesiva.
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- L’ipotesi di organizzazione urbanistica del paese nel 1500 e successive evoluzioni.
Dall’analisi dei documenti suddetti e da osservazioni in situ, è stato possibile formulare una ipotesi di organizzazione urbanistica del paese nel XVI secolo. L’intero abitato era diviso in due nuclei principali, Santjanni a nord e Terravecchia a sud (il Casale è un borgo che non ha nessun legame urbanistico, almeno nel 1500, con il resto del paese), nuclei aventi orientamento leggermente differente tra loro e divisi da una fascia intermedia, con forma triangolare in virtù della rotazione reciproca tra i due nuclei, fascia che presenta una acclività molto superiore a quella prevalente dei due nuclei, trovandoci in presenza di un salto di quota, tra le vie Roma e De Dominicis, di circa trenta metri.
Dall’analisi del nucleo di Santjanni si è riscontrata la suddivisione in isolati rettangolari regolari, di dimensioni molto inferiori a quelle attuali : ogni isolato attuale "contiene" sei isolati originari. Pertanto anche il numero di strade era nettamente superiore essendovi, all’interno di ogni isolato attuale, due strade con andamento est - ovest ed una con andamento nord - sud.
Da una attenta osservazione si è notato come anche il nucleo di Terravecchia fosse diviso in isolati di forma rettangolare ma con una scansione meno rigorosa di quella di Santjanni.
Tale rigorosa organizzazione planimetrica trova riscontro anche nel "profilo" nord – sud dell’abitato, si è notato, infatti, che, tranne poche eccezioni per lo più dovute a trasformazioni molto recenti, tutti i fabbricati constano di un piano fuori terra verso la strada a monte e di due piani fuori terra verso valle, permettendo così che, in virtù del dislivello del terreno, buona parte della facciata esposta a mezzogiorno, potesse essere soleggiata dato che la casa che la fronteggiava aveva, da quel lato, altezza pari alla metà.
Nel corso degli anni se è stato conservato questa ultima caratteristica, presumibilmente per motivi di "igiene ambientale", sono invece state occupate quelle strade intermedie, sicuramente secondarie visto che il fenomeno ha assunto caratteristiche identiche in tutti gli isolati, che frazionavano i grossi isolati in sei isole minori.
Sicuramente il processo non è stato immediato ed è stato portato avanti in tempi diversi ed anche con caratteristiche diverse e probabilmente sarebbe ancora in corso se non fosse stato bloccato dall’abbandono del Centro Storico da quasi tutti i suoi abitanti sia a seguito della massiccia emigrazione verso le Americhe fin dai primi del 1900, sia a seguito del sisma del 1962, tanto che oggi abbiamo la possibilità di osservare tutte le fasi successive, con tutte le diverse caratteristiche, come congelate, "fotografate" in un determinato momento dell’evoluzione.
Questa maggiore intensificazione del costruito è certamente da imputare ad un continuo aumento della popolazione residente che si fermato solo a metà di questo secolo.
La volontà di risiedere nell’ambito del paese, forse soprattutto per motivi di difesa (nel 1700 e 1800 era molto diffuso il fenomeno del brigantaggio e la presenza di moltissime feritoie nelle pareti delle case nei punti chiave ci fa pensare a scorribande anche nell’abitato), portò ad una occupazione di tutte le aree libere del paese, come per esempio la fascia immediatamente a ridosso delle mura, sia all’interno che all’esterno, all’utilizzo come abitazione anche dei piani seminterrati originariamente adibite a stalla, ed infine all’allargamento dei fabbricati sfruttando le strade secondarie.
Ma da questo fenomeno non rimasero immuni neanche le vie principali, prevalentemente quelle di direzione nord - sud, che furono lasciate libere al livello di strada ma occupate, grazie alla realizzazione di volte a cavallo delle vie, al piano superiore (i cosiddetti lammiunicioè grandi lammie = volte).
- L’ipotesi di fortificazione
Grazie all’aerofotogrammetria è stato possibile individuare e riconoscere due fabbricati che sono, con molta probabilità, torri relative alla cinta muraria di difesa dell’abitato.
Dette torri sono ubicate sul lato ovest del paese, la prima nei pressi di via Roma, in via Fornovecchio, la seconda all’incrocio tra le vie E. Caggiano e via S. Nicola.
Pianta della torre di via Fornovecchio a quota di ingresso dalla via
Esse hanno forma planimetrica tale da essere facilmente riconoscibili, infatti sono a pianta pentagonale irregolare, presentando un lato di dimensioni maggiori verso l’interno e coincidente con il muro di cinta, e gli altri lati, due a due uguali, con cuspide verso l’esterno. Nel sistema di fortificazione
dovevano sicuramente esistere altre torrette di cui però non rimane traccia.
Unica eccezione potrebbe essere una terza torre, di cui rimane traccia come confine catastale, inglobata nel grosso blocco di Palazzo Spinelli, la cui realizzazione deve aver profondamente modificato quella parte di murazione e quindi del sistema di difesa del paese.
La torre di via Fornovecchio, chiaramente visibile e riconoscibile presenta pianta pentagonale; essa presenta un muro a scarpa verso ovest.
Contrariamente al rigore urbanistico del centro abitato, le tracce ancora presenti di fortificazione, tra cui quelle più evidenti sono le torri di via Fornovecchio e di via E. Caggiano, hanno caratteristiche sia planimetriche che in elevato che le fanno posizionare, cronologicamente, nel XV secolo.
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La torre di via Fornovecchio
Dal riconoscimento delle due - o forse tre - torri, dall’osservazione delle planimetrie catastali e delle fotografie aeree, è possibile ipotizzare l’andamento della cinta muraria, almeno per quanto riguarda il lato ovest dell’abitato. Qui, infatti, la presenza dell’attuale via orti - che, fino a pochi decenni orsono, non era che un "fosso", che rappresenta il confine tra la collina di S. Silvestro, su cui sorge il paese ed un’altra collina, ad ovest, la cui sommità è più piatta ed i cui bordi sono meno mercati, su cui, all’estremità ovest, è ubicato il borgo del Casale - la posizione delle torrette, il "taglio" anomalo della via E. Caggiano, a cui anche l’ala est del Palazzo Spinelli si è adattato, denotano l’andamento della murazione.
La presenza di tale muro, probabilmente si tratta del muro originario, si può verificare anche all’interno dei fabbriati che affacciano sulla via orti e che si sono addossati al muro verso l’esterno dell’abitato.
Per quanto riguarda, invece, altre strutture difensive, esistono solo delle probabili labili tracce, "linee" costituite da confini catastali tra fabbricati o dalla forma di alcuni fabbricati di margine.Quest’ultimo è il caso del gruppo di fabbricati che è stato "distaccato" dal nucleo di Terravecchia dal passaggio della SS90bis, che sembra presentare una forma, verso ovest, stellare.
Vi è, inoltre, la presenza di elementi quali un portico all’estremità meridionale di quel nucleo che potrebbe costituire il passaggio della strada proveniente da Benevento, tangente l’abitato; tale ipotesi potrebbe essere avvalorata dalla presenza di alcuni mascheroni in pietra, forse monito ai viaggiatori, prima dell’ingresso in paese dalla Porta Vallone.
Sempre grazie all’analisi della toponomastica popolare, è stato possibile ipotizzare la presenza di strutture difensive nella zona dell’attuale chiesa di S. Carlo a Porta Nova, tra la piazza Garibaldi, la via S. Giovanni e la via Rocciaforte : tale zona è conosciuta come "lo mentone".
Il significato corrente di quel termine è di mucchioartificiale di terra o di qualsiasi altro materiale o oggetti. Pertanto si è supposto che il leggero rialzo del terreno, rispetto alla piazza Garibaldi ed alla via S. Giovanni, che si trovano pressappoco alla stessa quota altimetrica, non sia naturale, o del tutto naturale, ma sia un terrapieno.
Tale ipotesi è supportata da tre fatti che concorrerebbero ad avvalorarla:
- il primo è l’andamento della murazione che in quella zona doveva essere parallelo alla via S. Giovanni, inglobando la omonima chiesa (Santjanni), data l’assenza oltre quella "frangia" di altri fabbricati di vecchia edificazione ;
- il secondo fatto, è la presenza di alcuni cunicoli che attraversano il "mentone" in direzione est - ovest e che potrebbero essere parte della struttura di difesa verso monte, utilizzati per il rapido spostamenti di truppe da un lato all’altro del terrapieno ;
- terzo, che forse riveste a prima vista minore importanza, è l’assenza di edificazione sia antica che recente, in tutta l’area del "mentone", in cui unica eccezione è la citata chiesa di S. Carlo.
Vista la scarsezza di elementi che possa concorrere alla formulazione di una ipotesi globale riguardo la struttura urbana della "cittadella" nel 1500, grande importanza assume lo studio della toponomastica ; attraverso toponimi ancora oggi utilizzati, o utilizzati fino a pochi anni or sono ma ancora presenti nella memoria storica, è possibile ubicare delle funzioni urbane o tentare, dalla comprensione di termini che oggi sembrano privi di significato, di collegarli all’utilizzo di luoghi del paese in epoche passate.
Questo particolare studio, che necessita comunque di riprove e conferme pratiche, è stato attuato, principalmente, per quanto riguarda l’ubicazione delle Porte e di alcune strutture di difesa.
Dalla lettura del Vitale si è appresa la presenza di una fortificazione dell’intero abitato e della presenza di tre porte urbiche : Porta Nova, Porta Vallone e Porta Beneventana.
L’ubicazione delle porte di accesso al paese può essere data con certezza per quanto riguarda Porta Nova e Porta Vallone.
La prima era situata, all’estremo nord del paese verso la piazza Mercato, così chiamata sino agli inizi del 1900 ed ora ufficialmente detta piazza Garibaldi, ma da tutti i buonalberghesi conosciuta come Porta Nova, per cui il nome della Porta ha dato il nome, nella tradizione popolare, all’intera piazza ed addirittura a tutta la zona.
Blocchi di spoglio della Porta Nova
La Porta Vallone doveva, presumibilmente, essere ubicata a sud, nei pressi del torrente S. Spirito, comunemente detto Vallone, in corrispondenza di quello che doveva essere l’asse viario principale nord - sud, quindi ubicata nei pressi dell’attuale piazza Castello.
Per quanto riguarda la Porta Beneventana vi è ancora incertezza in quanto se è sicura la sua posizione verso ovest, verso Benevento, come anche il Vitale ci dice, non si può dire se fosse ubicata in corrispondenza della via Roma o nella zona del Palazzo Spinelli (attuale Municipio).
Certa è invece l’assenza di una porta sul lato est dell’abitato, vista la presenza dello strapiombo verso il torrente S. Spirito.
L’asse principale di percorrenza nord - sud doveva essere costituito dall’attuale via S. Perrelli con ingresso dalla Porta Nova, dalla discesa al nucleo di Terravecchia attraverso via Roma ed un sistema di rampe, che permettesse di superare il forte dislivello, e quindi da via XI febbraio, per giungere alla Porta Vallone, nei pressi del vecchio nucleo medievale.
Tale asse era tangente alla piazza principale (l’attuale piazza M. De Juliis) su cui prospettava, e prospetta tuttora, la Chiesa Matrice. Inoltre tale via rappresentava da una parte l’ideale collegamento con il vecchio abitato medioevale, d’altra parte costituisce, verso nord, il collegamento con una fondamentale "arteria" viaria del tempo, il Regio Tratturo Pescasseroli - Candela.
L’ubicazione delle torri, almeno di quelle note, tutte sul lato ovest dell’abitato, non ci è utile alla identificazione della Porta Beneventana, in quanto se detta porta doveva trovarsi nei pressi di una torre, la presenza di due - o forse tre - torri sullo stesso lato non ci fornisce una soluzione univoca, per la quale bisognerà approfondire lo studio sia documentario sia in situ.
Quasi sicuramente la Porta Beneventana doveva essere ubicata nei pressi di una delle torri di via Roma o di via E. Caggiano: entrambe si trovano nei pressi dello sbocco di due importanti assi viari con andamento est - ovest, la prima in corrispondenza dell’attuale via Roma; la seconda della via S. Nicola, che sfociava poi nell’attuale piazza M. De Juliis, la quale era, con molta probabilità, la piazza principale del paese data la presenza della Chiesa Matrice.
Interessante è anche notare come si fosse conservato uno stretto legame tra gli abitanti del nuovo centro cinquecentesco ed il vecchio paese medioevale visto il toponimo di piazza Castello, ancora oggi usato, dato allo slargo alla base della scalinata che porta ai ruderi del castello di Boemondo, anche se con ogni probabilità quel sito non fu mai più riedificato dopo la distruzione del 1495-96.
L’evoluzione immediatamente successiva della struttura urbanistica, nel 1600, porta ad un completo sconvolgimento dello "schema" delineato fin qui: la realizzazione del Palazzo Spinelli immediatamente a ridosso della murazione, con dimensioni sproporzionate ed orientamento differente, rispetto al resto dell’abitato non trova, allo stato attuale della ricerca, alcuna plausibile spiegazione.
L’unica considerazione possibile, derivante da recenti osservazioni della struttura muraria all’interno del cortile del Palazzo Spinelli, è che con molta probabilità, il nuovo Palazzo ducale si è posizionato a ridosso della Porta Beneventana, inglobandola e "mediando" l’accesso all’abitato.
Altro caso di "irregolarità" urbanistica, e di ancor più difficile comprensione, è quello della realizzazione della imponente mole del cosiddetto Palazzo di don Vincenzino (completamente demolito negli anni ’60), probabilmente edificato nel ‘700, le cui dimensioni sono solo paragonabili con quelle di un attuale isolato di Santjanni.
Nonostante le citate anomalie e le grandi trasformazioni operate tra ‘700 ed ‘800, sicuramente e a seguito di eventi sismici di grande intensità, è ancora leggibile, soprattutto dall’attenta analisi delle stratificazioni murarie degli edifici, l’originaria struttura; è possibile, inoltre, ricostruirne l’evoluzione.
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